Un’intervista con Cosima Montavoci sui terreni liminari fra arte, corpo e memoria

L’anguilla#7

Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?

Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino?

Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].

L’anguilla : una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

L’ospite di oggi è Cosima Montavoci, presente con la sua opera Vanitas alla mostra Lands Of Memory, la cui selezione artistica contemporanea è stata curata dal B#Side War Festival di IoDeposito e in cui si sono confrontate opere d’arte contemporanea con foto storiche provenienti dal’archivio del CEDOS.
Vi segnaliamo il sito personale di Cosima Montaoci,
qui, che ringraziamo per l’intervista.

 

Il tuo lavoro palesa spesso una fortissima componente di creazione manuale, concreta. Puoi raccontarci per iniziare come si è costruito il tuo percorso artistico e quali sono i temi che lo sostanziano? Fra di essi c’è in qualche modo uno sguardo di interesse anche verso la Grande Guerra, sia pure in senso lato?

Mi sono trovata spesso a farmi questa stessa domanda, sono arrivata alla conclusione che le mie mani pensano più veloci della mia testa; spesso quando comincio un nuovo progetto mi trovo a seguire le mie mani incredula, durante il processo creativo, la ricerca relativa al contesto e i possibili riferimenti che ha il lavoro, mi trovo a leggere parole di altri e capire, meravigliandomi, dove andavano a parare le mani. Credo comunque che separare il fare dal pensare – making from thinking – sia ormai un vecchio vizio che va superato.
Le mani oltre a questo mi tengono ancorata alla realtà, con i piedi per terra ricordandomi sempre da dove vengo e separandomi da un sogno onirico di un élite culturale non più connessa alla realtà e alla gente comune. Trovo inevitabile il fatto che una persona culturalmente preparata percepirà il mio lavoro ad un altro livello, ma vorrei che con le mani il mio lavoro arrivasse alle viscere di tutti, a loro modo, prima di aver necessariamente letto l’apposito cartellino. L’apposito cartellino con le relative informazioni ha per me un suo valore quando l’opera ci ha già coinvolti visivamente, e forse anche fisicamente.

Tomb sculpture

Tomb sculpture, è invece l’esempio di de-contestualizzazione di pezzi di corpi umani, che spesso appaiono nel mio lavoro. Il testo esplicativo dell’opera tende ad essere l’ultima cosa che lo spettatore vede prima di andare via, ed il pubblico si trova davanti a delle buffe palle gialle, queste forme rotondeggianti sono coperte da delle specie di spine; aspetto importante di quest’opera è che lo spettatore può toccarla e che i materiali assorbono calore, facendo si che l’opera risulti tutt’altro che morta. Questo sviluppa una dinamica intima in cui le persone sono distese vicino alle ‘palle’ e le toccano. Quando poi escono sereni e felici (tanti vedono in queste sculture animali marini, frutti tropicali e molte altre cose, ed è un aspetto che mi diverte), leggono che le sculture sono interamente coperte di riproduzioni dei miei denti e, nonostante il nome suggerirebbe la fine di una vita, in questo caso rappresenta la fine di un gesto, l’azione del riempire sistematicamente queste superfici e si presenta come ‘le spoglie di una azione’ (‘the remains of an action’) e che si ispirano agli ossari – chiese interamente ricoperte di ossa – tira fuori uno strato inaspettato. Ed è ormai troppo tardi perché lo spettatore li ha già toccati e si sente quindi contaminato. Non si può rimettere la buccia all’arancia.
La mia tesi invece – intitolata “death keeps me awake” – mi aiuta a far capire l’importanza dell’atmosfera che le mie mani possono creare: non avrebbe per me avuto senso, visto il contenuto, stampare un PDF. Avevo bisogno che il lettore si sentisse fisicamente coinvolto, e come si fa in PDF? Reggendo una delle sette copie di questo saggio, interamente scritto a mano, dalle pagine invecchiate e la copertina fitta di pittura, volevo ci si sentisse come ad aprire una reliquia. Sono stata obbligata ad aggiungere una versione in PDF nel caso qualcuno non avesse avuto voglia di leggere la mia calligrafia; l’ho aggiunta, ma l’ho sigillata con la ceralacca, e nessuno finora ha avuto il coraggio di aprirla.
Quando qualcosa ha un certo aspetto, il pubblico ha determinate aspettative e mi diverto alquanto a giocare con esse, mi sono così dilungata, per arrivare a dire che in qualche modo tutte queste opere hanno anche un grande aspetto comico legato al contrasto per quanto mi riguarda. In qualche modo nella maggior parte dei miei lavori, ritrovo un punto comune, spesso si tratta di scherzi serissimi. Io credo (come già tanti altri, a partire da Pirandello) che l’umorismo in questi casi giochi un importantissimo ruolo di accettazione di argomenti dei quali altrimenti non si vorrebbe sentir parlare.

Vorremmo raccogliere anche la tua impressione su questi anni segnati dal Centenario, in cui si stanno moltiplicando eventi, manifestazioni e pubblicazioni al punto tale che spesso ci si chiede se siano più i vantaggi o gli svantaggi di un programma non di rado caotico e contingente. Che senso ha per te la memoria e con quale “desiderio in sottotraccia” andrebbe alimentata? Come evitare che il ricordo nel clamore del Centenario diventi solo speculazione materiale o concettuale?

Vorrei premettere che io non credo di poter dire di occuparmi di tragedie specifiche, ma più che altro di dinamiche sociali, di meccanismi umani che si svolgono dietro le quinte di questi eventi tragici e a seguire.
Credo sia importante ricordare che la mia Vanitas ha una genesi antecedente e indipendente dalla mostra organizzata [Lands of memory, ndr.]: l’opera nasce nel 2014 da esibire nel contesto della Oude Kerk, la più vecchia chiesa di Amsterdam, situata all’interno del quartiere a luci rosse e lontana da questo progetto, va vista in un’ottica più universale. Nelle mostre organizzate da IoDeposito appare in un corpus di opere e in un ventaglio di autori. In ciascuno di essi la curatrice ha certamente colto parte dell’espressione di cui è oggetto la mostra. Le opere sono quindi raccolte, insieme alla mia Vanitas, e danno vita alla concettualità composita di cui si fanno espressione gli autori che consegnano la loro creazione a comporre una semantica legata alla Prima Guerra Mondiale.

Prima di partecipare a questa serie di mostre di IoDeposito sul tema del Centenario della Grande Guerra, stavo leggendo “Death tourism. Disaster sites as recreational landscape” (edito da Brigitte Sion per Seagull books, 2014) che si occupa delle dinamiche sociali e istituzionali dietro ai grandi monumenti di memoria, di come il visitatore viene pilotato nell’esperienza all’interno di essi. Soprattutto mi colpiva il fatto che nel passato i Monumenti Funerari e di Memoria erano qualcosa di cui si occupavano generalmente le persone di una o due generazioni dopo rispetto all’accaduto, semplicemente per l’esigenza di ricordare, cosa che le persone direttamente influenzate non cercavano necessariamente di fare più di quello che già li tormentava.
Questo meccanismo è molto cambiato di recente e le generazioni coinvolte nelle tragedie tendono a voler innalzare monumenti a tragedie appena avvenute, trascurando così avvenimenti tragici del passato che dovrebbero servire da insegnamento, e affrontando tragedie recenti senza spesso la lucidità di chi vede le cose da lontano.
Uno degli aspetti per cui mi sono sentita particolarmente coinvolta era il fatto che ci si chiedesse come si possono evolvere ai nostri tempi questi monumenti funebri: la Vanitas per me è una delle possibilità, un tema sempreverde, che non era più così accessibile, e cosa poteva essere più accessibile di un materiale che muore a sua volta e che tutti noi conosciamo da vicino, come il pane?
Trovo giusto che si ricordi la Grande Guerra di questi tempi in cui tutti noi abbiamo la parola guerra in bocca, senza sapere di cosa si tratti sul serio; la memoria collettiva dovrebbe in teoria servire da insegnamento e il fatto che si tratti di un evento lontano nel tempo, ma che è stato nefasto proprio vicino a noi e alle nostre famiglie, ci coinvolge abbastanza, ma non da troppo vicino e forse è la distanza giusta per capire meglio questi eventi, con la lucidità del distacco.

Vanitas

Abbiamo potuto incontrare la tua Vanitas alla mostra Lands of memory organizzata in collaborazione con IoDeposito a Vittorio Veneto. Ci racconti com’è nata quest’opera, sia a livello concettuale che poi a livello di realizzazione materiale?

Vanitas è nata nel 2014, come già accennato, ed è per me in qualche modo un’opera di riscatto. Troppo spesso in questo ambiente di  arte concettuale e contemporanea, ci si concentra  a fare qualcosa di nuovo, qualcosa che non sia già stato fatto, credo però che per evolversi bisogni avere bene chiare le dinamiche del passato dalle quali ci si vuole evolvere. Questa ricerca ossessiva di qualcosa che non sia già stato fatto, non vuol dire necessariamente evolversi. Per manifestare questa sensazione ho deciso di fare una ricerca su alcuni temi classici, che hanno ragione di essere trascinati fino ai nostri tempi, cambiando lievemente il loro contesto a scopo di attualizzazione.
Il tema che ho scelto, la Vanitas, è, come ho già detto, qualcosa di sempreverde: dopotutto non abbiamo mai smesso di morire e di invecchiare; inoltre, nonostante la morte sia sotto qualche aspetto ancora un tabù culturale, essa è anche un tema che coinvolge direttamente il popolo olandese, essendo assieme all’ontbijt, tra le forme più tipiche delle nature morte fiamminghe. Ho quindi deciso di visitare i più grandi musei di storia dell’arte olandese e cercare di capire, cosa aveva questa Vanitas di così retrogrado da voler essere lasciata indietro.
Due motivi mi sembravano particolarmente lampanti. Il primo era questa elaboratissima cornice dorata, che quasi sempre circonda queste opere e che in qualche modo è sinonimo di vecchio. Il secondo motivo è che al tempo il messaggio celato dalla Vanitas era criptato, ogni elemento nei quadri aveva un significato nascosto, rendendo l’opera un messaggio in codice per un élite culturale che sola aveva l’educazione artistica necessaria per capire ciò che il quadro voleva dire, rendendo l’opera tutt’altro che interattiva, se non per pochi. Tra gli elementi che caratterizzano questi quadri molto spesso si possono trovare fiori appassiti, bolle di sapone, candele spente o quasi finite, libri, orologi e clessidre, si intravedono talvolta spettri e c’è sempre l’immancabile teschio. Questi elementi, stanno tutti ad enfatizzare la fragilità della vita dell’uomo, un bel “ricordati che non puoi scappare alla vecchiaia ed eventualmente alla morte”: memento mori.
Ho deciso quindi di approcciare questo argomento in modo più contemporaneo, così che i miei professori, disperati della mia scelta in una scuola concettuale di approfondire i temi classici, dovessero accettarlo. Come prima cosa mi sono trovata a dover fare delle scelte relative al formato: ho deciso che si doveva trattare di una istallazione 3D, e che l’elemento del quale non potevo fare a meno era il teschio, colonna portante di questo tema, ma non volevo un teschio che fosse finto, artefatto in creta o in gesso o in plastica, mera decorazione, ho deciso che volevo un materiale che vivesse a sua volta. Dopo aver studiato per mesi i simbolismi celati dietro alle nature morte, non potevo che scegliere il pane, che si prestava bene ad essere capito da tutti e così ricco di riferimenti da poter essere in grado di confondere chi è capace di fare un’analisi più approfondita; il pane che ha riferimenti religiosi, è la base della nostra alimentazione, ci parla anche di dopo guerra e di popolo, mi aiuta nell’obiettivo di riportare la Vanitas con i piedi per terra, tra noi comuni mortali, dopo secoli di esistenza pomposa.
C’è un altro motivo per cui il pane è un importante fattore di questo lavoro: nella nostra storia abbiamo rappresentato la vita e la morte dall’alba dei tempi, ma come analizzo nella mia tesi – “death keeps me awake” – l’uomo, non potendo accettare la propria caducità, tende a rappresentare se stesso e questi argomenti in materiali che non sono affetti dal tempo, qualcosa che sopravvivrà perpetuo negli anni, possiamo trovare infatti monumenti funebri in pietra, pelle o legno ma in qualche modo non è mai stato messo in dubbio che questi simboli ci debbano sopravvivere negli anni. La mia idea iniziale era di rappresentare il pane, mai avrei messo in dubbio la sua immortalità. Questa svolta è stata imposta dal materiale, che continuava a ribellarsi, prima con il processo di lievitazione e poi con la muffa, molto interessante è sapere che la muffa che ricopre i teschi è Aspergillus Niger e varie specie di Penicillium, più comunemente conosciuta come penicillina, trattasi quindi di funghi, non batteri. Non potevo ignorare un messaggio così forte, paradossalmente la morte non aveva nessuna intenzione di morire.
Ho quindi imparato ad apprezzare ed imparare io stessa, giorno dopo giorno dal poetico processo di corruzione del quale sono protagonisti i miei teschi. Nel 2015, ho anche creato una versione successiva di Vanitas, Skull with a snorkel. Una versione in cui con un lato comico più evidente, la morte trova la sua immortalità immersa in un veleno, la formalina, con un tubo da sub infilato in bocca. Conservo un enorme barattolo che contiene il primo teschio di pane come un campione da laboratorio immerso nella soluzione bluastra, ma in qualche modo Vanitas per me vince sempre: questo pittorico processo di vita e di morte rappresentato dalla muffa che cambia ogni volta, in base al tasso di umidità e ai diversi posti in cui viene esposto, variando di forme e colori, è un qualcosa che a differenza dai lontani cugini delle nature morte fiamminghe NON È MAI STATICO.
Vanitas è uno dei risultati alla mia ricerca di “opere oneste”, di arte che “vive” a sua volta; come analizzo nella mia tesi, una Vanitas immortale è quasi ipocrita, una Vanitas che muore a sua volta è onesta, perché nonostante io mi occupi di scelte e di composizione il lavoro viene attivato a prescindere da me, una volta che il teschio di pane è pronto il processo di corrompimento è per me la vera opera, come è successo alla Madonna di Nagasaki, scultura rappresentante la Madonna che era nella cattedrale di Urakami: la forza distruttiva della bomba nucleare, ha creato questa scultura, raschiando i lineamenti della statua in legno e facendole implodere gli occhi di vetro; questa scultura, che ora è patrimonio dell’UNESCO, racchiude nel vuoto dei suoi occhi la carica distruttiva di cui è capace l’essere umano. 

Death Keeps Me Awake – particolare

Un fattore determinante di Vanitas è, come hai sottolineato, il tempo: col passare dei giorni i teschi di pane si deteriorano in maniera imprevedibile, a seconda delle condizioni ambientali in cui vengono esposti. La prima associazione è ovviamente quella con il decadimento del corpo, anche – e forse in particolare  – dei corpi dei caduti sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, lì dove un’altra vanitas – quella degli interessi politici ed economici dei poteri di governo – ha accelerato la vanitas connaturata alla vita umana, anticipando la morte di milioni di uomini. Possiamo però provare a leggere la tua opera anche in assonanza col deperimento della memoria? C’è, secondo te, anche uno sfaldarsi del ricordo vivo-attivo e quali sono eventualmente gli elementi che possono influire il processo?

Personalmente spero che la memoria non si sfaldi. Ho scelto appunto un materiale come il pane, per allontanarmi da opere che in questi tempi si tende ad ignorare e avvicinarmi alla gente. La morte che colpiva nel 1600, quella che colpiva nella Grande Guerra e quella che colpisce oggi ha lo stesso volto, ma noi la vediamo in modo diverso, quindi forse anche la memoria va aggiornata, per sopravvivere.
Un monumento statico, una rappresentazione totalmente esterna non basta più oggi. Vanitas è un’opera che tratta la caducità umana, ma non lo fa da sopra un piedistallo: è fatta di pane e mentre ammuffisce a terra, narra una storia che sta vivendo a sua volta, narra una storia semplice ma autentica.
Nello specifico, non mi occupo in particolare della Prima Guerra Mondiale e non vorrei legarla superficialmente al mio lavoro, preferisco che sia un profondo e spontaneo incontro quello della mia opera con la Grande Guerra. Non credo comunque di potermi considerare un’artista attivista, oppure coinvolta nella politica, il mio approccio tende più che altro ad astrarre concetti, cercando di distaccarli da fatti specifici: un approccio più legato ai rituali umani dal punto di vista sociale ed antropologico che politico. Partono forse da piccole scintille che incontro nella mia strada le mie opere, ma riflettono poi dinamiche più grandi, meccanismi più generali ai quali ci si può relazionare più apertamente, e ci sono vari strati, vari compartimenti in cui questo succede. C’è chi si accontenta di guardare con la coda dell’occhio, chi ci vede quel che vuole e lo percepisce fisicamente a modo suo, e chi intraprende una ricerca all’interno dell’opera. Io voglio lasciare spazio ad ognuno di questi approcci.

©StefaniaSalvadori