Osservazioni sul confine con Francesco Tomada

L’anguilla#8

Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?

Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino?

Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].

L’anguilla: una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

 

Oggi ospitiamo con grande gioia il poeta friulano Francesco Tomada. Nato nel 1966, vive oggi a Gorizia. Abbiamo proposto una breve selezione delle sue poesie qui, ma vogliamo almeno ricordarne ancora una volta la prima raccolta, “L’infanzia vista da qui”, Sottomondo, 2005 (Premio Nazionale “Beppe Manfredi” per la migliore opera prima) cui sono seguite “A ogni cosa il suo nome”, Le Voci della Luna, 2008, e “Portarsi avanti con gli addii”, Raffaelli, 2014. Per la collana “Autoriale” (Dot.Com Press) è stata pubblicata nel 2016 una sua antologia. 

 

 

Come per gli altri ospiti iniziamo chiedendole qual è il suo rapporto personale con la Grande Guerra. Ha anche lei, come molti di noi, ricordi di famiglia legati a quegli anni terribili? Oppure, vivendo così a ridosso di quella che fu la linea del fronte fino alla disfatta di Caporetto, è un rapporto mediato dalla storia dei luoghi e della comunità in cui lei vive?

No, devo dire che non ho nessun ricordo di famiglia specifico. Sicuramente fra i parenti più anziani (soprattutto nel ramo materno la mia famiglia era molto numerosa) qualcuno deve aver avuto esperienze legate alla Grande Guerra, ma non se ne è mai parlato diffusamente. Fra l’altro io provengo da un paese del Medio Friuli che, al di là della distanza geografica, ha radici culturali abbastanza diverse dall’Isontino dove vivo adesso, dunque per me la Prima Guerra Mondiale è stata presente quasi unicamente sui libri di storia fino all’inizio degli anni ’90, quando mi sono trasferito a Gorizia. Qui invece è cambiato un po’ tutto, nel senso che il territorio è in sé un libro di storia a cielo aperto, fragile, denudato, doloroso, e questa realtà mi ha stregato e affascinato al punto da coinvolgermi profondamente, anche perché le fratture del secolo scorso – non solo della Guerra – hanno ancora ripercussioni evidenti sulla situazione attuale. Aggiungo anche che il mio interesse è stato rafforzato dal fatto che per diversi anni ho praticato la speleologia, e molto spesso le cavità (naturali ed artificiali) recano tracce ancora più evidenti perché il passaggio umano è stato limitato o nullo; ho avuto modo inoltre di conoscere e frequentare alcuni esperti di residuati bellici – i moderni eredi dei recuperanti del Primo Dopoguerra – e di conoscere luoghi decisamente lontani dalle rotte commerciali e turistiche legate alla guerra, soprattutto in Slovenia.

Campo di battaglia presso Gorizia, 8 settembre 1917 – K.u.k. Kriegspressequartier ÖNB

Collegandomi a questa prima domanda e spostandomi però al contempo anche sulle sue poesie, vorrei che ci raccontasse che rapporto intrattiene con il paesaggio. Lei scrive spesso da un “qui”, da un luogo preciso, che non è tanto e solo un luogo geografico, ma è anche e soprattutto una “postazione mobile esistenziale” da dove guardare il mondo e la storia (sia essa quella personale o quella collettiva). Nel nostro caso, penso per esempio alla poesia »S.R. e sua nonna (essere vento, se deve)« e »L’Italia (è un melograno)« nell’ultima raccolta Portarsi avanti con gli addii, o alle bellissime »Io vivo qui. pt.I» e »pt. II«, nella precedente A ogni cosa il suo nome. Che influenza ha avuto per lei vivere in un “paesaggio contaminato” (per dirla con Martin Pollack) come quello goriziano, dove i confini (politici, linguistici, etnici) sono spesso cicatrici e ferite che risalgono non solo alla Grande Guerra, ma si sono riverberate in tutto il Novecento come modulazioni delle eterne passioni e follie umane? Questa memoria incarnata ed esposta, ad esempio negli ossari come quello di Redipuglia, è più un fardello inevitabile, un ingombro oppure può diventare una (pur difficile) occasione per dare senso a questo stare nel mondo e alle sue piccole grandi-guerre quotidiane?

 

Alessandro Coccolo – The Jungle

Il “qui”, a rifletterci su, può avere diverse prospettive. La prima, quella più semplice e immediata, è il “qui” geografico e storico: il paesaggio è denudato, storto, doloroso. Quando dalla finestra della cucina tutte le mattine vedi il pendio dove sono morti ottantamila soldati, dove duemila sono stati arsi vivi, e la cima abbassata di settanta metri dalle esplosioni non puoi non pensarci, anche se il suono dei cannoni non si sente più. Quando vedi la foto della tua casa, della tua camera da letto distrutta da una granata, non puoi non pensare che sei stato fortunato al posto di altri che invece non hanno avuto la stessa fortuna. Questo è l’aspetto emotivo, forse più superficiale ed epidermico, ma mi ricorda che si deve dire grazie, che quello che abbiamo non è dovuto né scontato.

E poi c’è invece un “qui” diverso, più razionale e meditato, legato al fatto che la posizione di marginalità permette di incontrare situazioni paradossali, assurde ed istruttive. Un caro amico mi raccontava che la sua casa di famiglia, in un paese di periferia, è passata dall’Impero all’Italia all’Impero all’Italia alla Jugoslavia e alla Slovenia nell’arco di un secolo, anche se non si è mai mossa dalle proprie fondamenta. Questo deve indurre a riflettere sul significato stesso di stato e di confine. Lo stato è un fenomeno passeggero: io non sento di appartenere ad una nazione italiana più di quanto potrei appartenere all’Austria o alla Slovenia. Le mie radici sono invece nella cultura italiana: quella è un’appartenenza identitaria, della quale andare fieri e di cui avere cura per il valore che ha ed il patrimonio che custodisce e rappresenta. Ecco, riuscire ad essere un passaggio possibile da ciò che è stato a quello che sarà, riuscire a focalizzare ed a tramandare sarebbe tantissimo; la definizione – bellissima – di “postazione mobile esistenziale” mi sembra possa corrispondere ad uno stare nel proprio tempo e nella propria storia popolandola, sventolando la cultura come una bandiera e non il contrario, anche perché la cultura non può diventare pretesto di divisione. Immagino che soltanto così sia possibile trasformare il fardello inevitabile in un tentativo di riconquista del proprio spazio geografico e soprattutto umano.

Trincee sul Monte Zermula, Alpi Giulie

Facciamo un passo oltre il paesaggio e passiamo al ruolo della parola, in particolare a quella poetica. Vale in generale, ma nei suoi lavori diventa un manifesto programmatico e una scelta praticata, quella del chiamare le cose con il loro nome – con limpidezza, a tratti crudeltà. Questa forse la cosa più difficile, ma anche quella per cui, insegnava Rilke, siamo qui: dire le cose, »dire: casa, ponte, pozzo, porta, brocca, albero da frutto, finestra […] così come le cose stesse mai intimamente pensavano di essere«. Le cose, i fatti probabilmente non si pensano e non si dicono, semplicemente sono ed accadono. Noi invece li diciamo e dicendoli proviamo a dare loro un senso, farne un racconto che dia di riflesso senso anche a noi stessi e al nostro stare. E allora cosa dice la (sua) poesia quando parla (anche) di Grande Guerra? Accanto alla ricostruzione storica o alla pubblicistica, crede la poesia possa essere uno strumento di “memoria attiva”, un linguaggio utile non tanto per celebrare il passato, ma piuttosto per interpellarci attivamente su un terreno comune, di pietas e responsabilità umana, che ci richiami alla storia e alla memoria come sfide etiche per le nostre esistenze, come compito da proseguire?

Sono sempre in imbarazzo a parlare del ruolo della poesia, perché la poesia, sia nel gesto della scrittura sia in quello della lettura o dell’ascolto, è un passaggio strettamente intimo, legato ad una condizione personale; la poesia, inoltre, è una comunicazione – anzi sarebbe già tanto se riuscisse ad essere comunicazione – per sua natura di nicchia. Mi piacerebbe se la scrittura riuscisse ad aderire il più possibile alla vita, perché la poesia è già tutta lì, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, basta riconoscerla, fermarsi ad ascoltarla. Nell’ascolto spesso c’è già il loro senso, così come nel raccontarne il significato c’è già il significato. La Storia con la esse maiuscola è già stata raccontata, rivista, sviscerata; quello che manca è la storia con la esse minuscola, le piccole-grandi esperienze individuali, il minimo riconoscimento a uomini e donne che non sono finiti sui manuali ma nel loro esistere hanno dato dignità al proprio stare al mondo. Non so se questa sia una forma di pietas adeguata, anzi la maggior parte delle volte non la percepisco come tale. Quello che so è che, invece, dovrebbe necessariamente diventare un motivo di esempio e di sfida: il vivere etico è un vivere necessario, altrimenti tutto è tempo sprecato, e parlando della Grande Guerra anche tutti quei morti sono stati sprecati. Invidio (e sono sincero) chi riesce a scrivere poesia civile senza essere didattico o didascalico, io non ne sono capace. Io scrivo per necessità e immagino che chi mi legge sia una persona, non una società. Dentro di me cullo l’idea che, se qualcuno sente vicine in qualche modo le mie parole, non possa non essere una persona pensante, dunque porsi determinate domande anche davanti al peso della storia e provare, per quanto siamo capaci, a comportarsi di conseguenza nella quotidianità.

»Mi resta pensare che il ricordo è raccogliere quello che si è vissuto, la memoria è invece tentare di capire quello che non si è vissuto per impararne qualcosa quando ne saremo capaci. Le cose grandi: come quando sono andato per la prima volta ad Auschwitz, restando immobile per un’ora a guardare la neve quasi potesse servire a qualcosa; come quando scavando per cercare un tubo dell’acqua nel giardino ho scoperto che viviamo su una distesa di macerie e fili spinati e pallottole e gavette«. Sono “versi” bellissimi. Ci racconta che cos’è per lei la memoria? Quanto può salvarci – dai ricordi, che spesso sono insopportabili nel loro carico -, quanto invece può essere strumento di manipolazione o autoinganno?

Coccolo – Sons of the lost Empire

Il significato che mi sento di assegnare alla memoria è proprio questo: cercare di trarre un insegnamento da quello che non si è vissuto. Ricordare è un atto asettico, non richiede una presa di posizione, un giudizio “etico”. La memoria invece sì: memoria è porsi di fronte ai gesti e agli accadimenti in modo il più possibile critico, non per attribuire meriti e colpe ma per comprendere le conseguenze. L’esempio di Auschwitz, anche se non collegato alla Grande Guerra, è sintomatico: io non sono colpevole di quello che è accaduto allora, non posso esserlo. Se il 27 gennaio di ogni anno rispetto il minuto di silenzio per le vittime della Shoah sto soltanto ricordando; se il 28, il 29, il 30 gennaio e nei giorni seguenti cerco di agire in modo opposto ai comportamenti – piccoli o grandi – che hanno portato a quella tragedia, sto rispettando una memoria, faccio memoria. Con questo non voglio dire che io ne sono sempre capace, non sono così presuntuoso e nemmeno così integro; voglio soltanto dire che è quello a cui devo, dovremmo tentare di avvicinarci, altrimenti anche noi diventiamo colpevoli.

 

La Grande Guerra e le sue terribili conseguenze novecentesche hanno partorito conflitti e divisioni che, talvolta, covano ancora oggi (e non solo sotto la cenere, ma addirittura sotto i giardini impeccabili delle villette a schiera). Secondo lei la Grande Guerra è oggi una storia comune in cui, qualsiasi sia il fronte in cui hanno combattuto gli avi, tutti possono ritrovarsi attorno a valori condivisi o in questa Europa le identità dei singoli gruppi rischiano di esprimersi più coi muri che con l’incontro? Ce l’abbiamo ancora una patria in cui piantare un melograno o dobbiamo (ri)costruirla?

Prozor Sarajevo – particolare

Qui, purtroppo, la mia risposta non può che essere piuttosto amara e disincantata. Un evento come quello della Prima Guerra Mondiale lascia ferite profonde, che restano insanabili per un lungo periodo di tempo. Non basta seppellire i morti, bisogna riuscire a seppellire il dolore, e si tratta di un dolore che accompagna le persone per tutto l’arco della vita. Insomma, che nel Primo Dopoguerra la popolazione di lingua tedesca sia fuggita o sia stata cacciata da Gorizia mi sembra naturale, non poteva non essere così. Ma anche qui voglio estendere l’arco temporale: che per almeno trent’anni italiani e jugoslavi, dopo essersi sparati, infoibati, combattuti, si siano guardati in cagnesco attraverso un confine fa parte non di un gioco politico, ma della natura umana. Che la mia vicina di casa, esule dall’Istria dove la famiglia ha lasciato tutto, detesti ancora oggi le popolazioni slave è inevitabile. Non è lei che ha l’obbligo di perdonare, io stesso non credo che sarei capace di farlo. Insomma, devono passare le generazioni, c’è bisogno che il tempo faccia il suo lavoro che è anche quello di dimenticare, o meglio di permettere il distacco necessario per trasformare, appunto, il ricordo in memoria, riconoscere valori condivisi a tal punto da superare il dolore che, come e più di tutto il resto, viene tramandato.

Per questo la mia risposta non può che essere amara: dalla prima parte dello scorso secolo, così devastante, ad oggi è trascorso abbastanza tempo per permettere questo passaggio, ma mi sembra che esso non si stia verificando. Non abbiamo compreso la grandezza e soprattutto l’inutilità delle tragedie, ci siamo limitati a spostare i confini più in là, a Est o a Sud, ma non ad aprirli davvero. Piuttosto abbiamo permesso e stiamo permettendo la crescita di singoli nazionalismi – che non sono identità, sono rafforzativi superficiali dell’appartenenza – invece di provare davvero a costruire una patria comune; la nostra idea di Europa si è basata sulla libera circolazione delle merci e dei flussi finanziari prima che su quella delle persone. Il risultato è che da anni, nelle vie di Gorizia come di tantissime altre città, abbiamo decine, centinaia di richiedenti asilo che dormono sui cartoni nelle piazze, nei parchi, nelle gallerie pubbliche. Non voglio essere buonista, so perfettamente che accogliere tutti è impossibile e che l’integrazione comporta problemi molto difficili da superare. So anche, però, che erigere reticolati non è mai servito a nulla, perché i cambiamenti storici non si possono fermare ma soltanto gestire, almeno in parte. Vedere quelle persone per strada, vederle qui mi sembra una vergogna, un tradimento di tutti quelli che sono morti nella Grande Guerra e nei decenni seguenti, una profanazione del loro sacrificio che viene così dichiarato come inutile, e mi fa pensare che una patria comune sia ancora – forse oggi più che mai – tutta da costruire.

Alessandro Coccolo – The Jungle

Come agli altri ospiti, vorremmo chiedere anche a lei come guarda al Centenario in corso. Ha avuto modo di osservare con che animo lo si celebra, nella sua regione per esempio? Che sensazioni ne ha ricavato?

Le celebrazioni del Centenario hanno indubbiamente avuto ripercussioni positive sul paesaggio, sulla cura di alcuni luoghi che erano stati dimenticati così come sull’afflusso turistico, e tutto questo è un bene perché viviamo in un mondo dove è confortante sapere che si può costruire una fonte di reddito su un turismo che ha basi culturali e non soltanto ricreative. Però, più in generale, le mie sensazioni sono negative proprio per quello che ho detto prima: adesso che è passato abbastanza tempo, che le generazioni si sono succedute, si sarebbe potuto e dovuto prendere il Centenario come stimolo per una riflessione vera, anche dura e sofferta se necessario, che avesse per obbiettivo il coagularsi attorno a valori condivisi. Mi sembra che invece si sia voluti andare, per motivi politici contingenti, esattamente nella direzione opposta, e che il tentativo sia stato quello di una esasperazione delle differenze attraverso la celebrazione della vittoria. Il corteo del 23 maggio 2015, quando CasaPound scelse di festeggiare a Gorizia l’entrata in guerra dell’Italia, rappresenta secondo me una pagina offensiva della storia e di tutti quelli che ne hanno fatto parte, soprattutto perché venne appoggiato ufficialmente o ufficiosamente anche dalle istituzioni cittadine. È questo che intendiamo per ricordare il Centenario? Secondo me no; quei morti non sono stati onorati ma oltraggiati di nuovo, si è trattato di quel fenomeno di manipolazione e autoinganno a cui si accennava in precedenza. Non è una questione di appartenenza politica, ma di appartenenza etica, appunto.

Per concludere, vuole scegliere un passaggio in versi o in prosa, suo o di altri, non importa se direttamente collegata ai fatti storici della Grande Guerra, purché sia un invito alla memoria buona, un cenno di incontro possibile e un’apertura di condivisione?

I grandi poeti hanno la capacità straordinaria di raccontare, o meglio di lasciar intuire, pensieri complessi e condivisi nel modo più semplice possibile. Forse tutto quello che ho tentato di dire nelle risposte precedenti è già qui, in questa poesia famosa e meravigliosa di Wisława Szymborska.

La fine e l’inizio

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Traduzione di Pietro Marchesani

 

©StefaniaSalvadori