Fotografia e Grande Guerra con Andrea Contrini

L’anguilla#9

Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?

Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino?

Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].

L’anguilla: una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

L’ospite di oggi è Andrea Contrini, fotografo basato a Rovereto di cui abbiamo già avuto modo di parlare con riconoscenza qui e qui segnalando due suoi progetti dedicati proprio alle tracce della Grande Guerra sugli Altopiani Cimbri e sulle montagne limitrofe. Come lui stesso sottolinea nel suo sito personale, Contrini ama »pensare alla fotografia come un mezzo per raccontare il passato attraverso le sfumature del presente.« Ed è infatti questo amore e questa inclinazione dello sguardo che si ritrovano nei suoi libri: I Guardiani del Silenzio, Edizioni Osiride, 2015, e Echi nel silenzio. Paesaggi della Grande Guerra dal Garda al Pasubio, Publistampa, 2017. Prima di passare all’intervista non ci resta che invitarvi a visitare il suo sito, per tutte le informazioni sui suoi libri e i suoi reportage: www.andreacontrini.com

Puoi raccontarci prima di tutto come ti sei avvicinato alla fotografia e in particolare perché la Grande Guerra rappresenta uno dei temi privilegiati del tuo lavoro?

Sono da sempre un appassionato di storia, in particolare quella dell’ultimo secolo, mentre l’interesse per la fotografia è nato come un puro divertimento, “giocando” a scattare di notte con un obiettivo fish-eye. Poi un viaggio in Normandia, dove casualmente avevo con me la macchina fotografica, ha messo sulla stessa linea le due passioni e da lì è nata l’esigenza di esplorare la storia sul terreno. Interagire con questi luoghi mi ha dato la possibilità di immaginare e capire gli eventi del passato in modo diretto e vivido, percependoli innanzitutto in una dimensione umana anziché come una serie di date e nomi. Vivendo a Rovereto è stato naturale l’interesse verso i luoghi della Grande Guerra in Trentino. Interesse che poi si è esteso anche oltre.

Verdun – da: Andrea Contrini, La quiete dopo la battaglia

Nel tuo sito scrivi che ti “piace pensare alla fotografia come un mezzo per raccontare il passato attraverso le sfumature del presente”. In che modo secondo te la fotografia può riuscire a riannodare passato e presente? Possiamo dire che la fotografia sia una sorta di lente attraverso cui ci è possibile “leggere” il libro del paesaggio scorgendone in filigrana le tracce della storia? 

Il paesaggio attuale, naturale o antropizzato, è la somma di eventi passati e presenti. La fotografia può quindi indagare questa stratificazione e fare luce sulle tracce del passato che condizionano tuttora il presente. Per fare questo alle volte è necessario anche un supporto testuale che permetta una comprensione complessiva ma è la fotografia che ha il compito di svelare e mettere in evidenza. Ad esempio le fotografie che ho realizzato dei campi attorno a Verdun, dove sono conservate le distese di crateri causati dalle esplosioni d’artiglieria, mostrano certamente la violenza dei combattimenti. Ma rivelano anche l’enorme significato che la Francia, dal 1916 ad oggi, attribuisce alla battaglia: i terreni inviolati da cent’anni testimoniano la volontà di non dimenticare e la loro consacrazione a simbolo perenne.

Parlaci un po’ dei progetti che hai dedicato al tema della Grande Guerra. Qual’ è il tuo rapporto col paesaggio, quando fotografi i luoghi della Grande Guerra? 

Ogni progetto nasce con l’intento di fare luce su aspetti peculiari del conflitto partendo dal paesaggio attuale ma al contempo di omaggiare la bellezza della natura che pervade i vecchi campi di battaglia. Il libro I Guardiani del Silenzio è dedicato alle fortezze di montagna degli Altipiani Cimbri, dove ho cercato il contrasto tra l’austerità delle architetture belliche e il bucolico paesaggio prealpino. Con l’ultimo libro, Echi nel Silenzio – Paesaggi della Grande Guerra dal Garda al Pasubio, che condensa un lavoro di sei anni (un’anteprima è visualizzabile a questo link), mi sono concentrato su come la natura sia stata assoggettata e forgiata dalle logiche di guerra. Basti pensare alle interminabili teorie di postazioni e trincee della guerra di posizione che solcano boschi e crinali o ai labirintici cunicoli della guerra di mine scavati nel cuore delle montagne. Lavorare in questi luoghi implica rispetto e tatto, sia per la natura che le vicende che si sono consumate.

Che rapporto hai con le foto storiche? Ti capita mai di raccoglierle, osservarle? Ti sono mai servite per lavorare sulla Grande Guerra?

I miei progetti legati alla Grande Guerra sono nati dalla lettura di diari e resoconti dei combattenti ma anche dalla visione di fotografie dell’epoca. Queste costituiscono una memoria di grande intensità e immediatezza: una buona immagine può portarci a scoprire e visualizzare contesti che altrimenti avremmo difficoltà anche solo a immaginare, non appartenendo al nostro vissuto. La fotografia d’epoca può sorprendere quando mostra luoghi a noi familiari ma che nell’immagine appaiono irriconoscibili a causa delle trasformazioni attuate dalla guerra.

Le foto storiche mi aiutano inoltre a sviluppare i progetti in modo preciso e accurato, permettendo di individuare località che magari oggi appaiono irrilevanti ma che cent’anni fa avevano importanza, consentendomi poi di sottolineare i contrasti. Ad esempio le immagini del paesaggio desertico e devastato del bosco di Delville durante la battaglia della Somme mi hanno portato a dirigere il mio obiettivo sulla folta vegetazione che oggi.

Bosco di Delville – da: Andrea Contrini, La quiete dopo la battaglia

Parliamo ora del Centenario. Quali sono le sue potenzialità per il lavoro che svolgi e quali invece i punti critici? Hai nuovi progetti in programma?

Andrea Contrini, Monte Altissimo

Il Centenario ha il pregio di avvicinare alla storia o alla montagna anche persone meno attente a questi argomenti. In quest’ottica è quindi un’occasione per creare una conoscenza e una coscienza che continui e si rafforzi anche oltre il 2018. Ma il ricordo acquista significato se non è fine a se stesso e se diventa uno spunto di riflessione che includa anche il nostro tempo.

Il mio prossimo progetto, che vedrà la luce sicuramente dopo la fine del Centenario, è dedicato alle zone del Fronte Occidentale in Francia e Belgio, di cui è apparsa un’anteprima sul sito di National Geographic Italia in occasione del centenario delle battaglie di Verdun e della Somme (visibile a questo link). L’idea è di soffermarmi sulle tracce che sottolineano gli aspetti di massa e industriali della guerra totale.

Infine vorremmo sapere quali sono i luoghi della Grande Guerra a cui sei più legato e se hai una tua foto in particolare a rappresentarli.

Il luogo a cui sono più legato è sicuramente il Pasubio. E’ qui che coesistono due mondi antitetici: uno è quello di una natura selvaggia, l’altro è quello lasciato da un’antropizzazione estrema e devastatrice. Ogni cocuzzolo e ogni anfratto è l’incarnazione di questa convivenza, tanto che le trincee e le postazioni si confondono tra le rocce e i pini mughi, come se l’acciaio e il cemento appartenessero da sempre alla montagna; come se il rumore della battaglia si fosse impresso nel terreno e continuasse ad echeggiare nel silenzio della natura. Un’immagine rappresentativa può essere quella che ho scelto per la copertina di “Echi nel Silenzio, dove le posizioni e i crateri dell’artiglieria sono immersi nell’atmosfera solenne e sacrale dell’Alpe di Cosmagnon.