Mostre fotografiche

“GRANDE GUERRA. Isonzo e Piave: Soldati al fronte”

Questa Mostra, composta da 143 selezionati soggetti fotografici di provenienza italiana e austriaca, colti dagli obiettivi degli operatori nei campi di battaglia e nei territori occupati, documenta le varie situazioni e condizioni in cui si trovarono ad operare i soldati chiamati al fronte costretti a uccidere per sopravvivere, spinti da parole d’ordine, da ideali che probabilmente non comprendevano e talvolta non condividevano.
Si affermò allora la guerra totale che coinvolse nelle privazioni e nella fame in modo massiccio come mai prima anche le popolazioni civili.
Si sperimentarono nuove armi, nuove strategie, nuovi standard nella gestione degli uomini in armi e dei prigionieri, che troveranno applicazioni terribili nel secondo conflitto mondiale, germinato dal primo.
Dalla prima guerra mondiale, con il disfacimento soprattutto della duplice monarchia danubiana nacquero nuove entità statali; nelle trincee gli italiani cominciarono a conoscersi, concludendo – secondo la vulgata – il risorgimento nazionale. La guerra cancellò l’egemonia dell’Europa e vide affacciarsi sulla scena mondiale la potenza americana; sfociò in tensioni sociali e politiche, la più significativa delle quali fu la rivoluzione sovietica, seguita poi dall’avvento del fascismo in Italia e tutto ciò che seguì. La guerra portò a concentrazioni nelle industrie, accompagnate da innovazioni nella organizzazione e nelle tecnologie.
Dalle ferite e rovine lasciate dalla guerra scaturirono nuovi ideali e una nuova visione del mondo da cui emersero, anche in modo dirompente, istanze di giustizia sociale e rivendicazioni di diritti individuali, che solo in parte e a volte in modo contraddittorio si affermarono. Ma tutto ciò aprirebbe a considerazioni di ampio respiro, che non sono oggetto di questa serie di immagini che vogliono invece offrire lo spunto di riflessioni personali, a cent’anni dal loro accadimento.
I suddetti soggetti fotografici, riprodotti su pannelli 70×100 in forex, sono provvisti di specifiche didascalie in italiano, inglese e tedesco.


“ALBANIA, Fronte dimenticato della Grande Guerra”

Si tratta di una Mostra di grande interesse e attualità che raccoglie più di 130 soggetti fotografici, disposti in ordine di sequenza e provvisti di specifiche didascalie in italiano, inglese e tedesco. Dall’insieme delle immagini proposte emerge un importante fronte della Grande Guerra a cui non è stata finora prestata la dovuta attenzione anche dagli studiosi e perlopiù sconosciuto al grande pubblico, dove peraltro affondano le radici e traggono origine i forti legami privilegiati tra Italia e Albania, mentre in tutta l’aera balcanica proprio a partire da quel periodo cominciarono a saltare gli equilibri geo-politici e iniziarono quei sanguinosi conflitti etnici destinati a ripercuotersi tragicamente fino ai nostri giorni nel Kosovo e in Macedonia.

Dei fronti minori della grande guerra, palestinese, caucasico, mesopotamico, dei Dardanelli, dei vari fronti coloniali e per il possesso del Canale di Suez, l’albanese fu quello che durò più al lungo, fin oltre la conclusione del conflitto mondiale, anche se fu certo uno dei meno sanguinosi.

Ma è stato ugualmente un fronte con aspetti drammatici, se si tien conto, oltre che della tragica ritirata dell’esercito serbo, della guerra navale, in superficie e sottomarina, per il controllo del Canale d’Otranto.

Fu anche strategicamente importante per il contenimento delle pressioni annessionistiche dei paesi confinanti e perché inserito nello sbarramento balcanico dell’Intesa. Diventata indipendente l’anno prima dello scoppio della grande guerra, l’Albania tornò a essere per la durata del conflitto un’espressione geografica, come lo era stata nei secoli, occupata per due terzi dagli austro-ungheresi e per il resto, nel sud, da italiani e francesi.


“DALLA MOLDAVA AL PIAVE. I Legionari cecoslovacchi sul fronte italiano della Grande Guerra”

La mostra si compone di circa 150 motivi fotografici provenienti da diverse fonti storiche d’epoca, illustranti il movimento legionario cecoslovacco in Italia dalle origini, al fronte e alle 46 esecuzioni capitali, tutte documentate. Comprende inoltre una quarantina di riproduzioni di acquerelli prodotti da artisti cecoslovacchi inquadrati nella Legione, con soggetti militari, fogli propagandistici e letteratura d’epoca sulla Legione. I suddetti soggetti fotografici sono disposti in ordine di sequenza e provvisti di specifiche didascalie in italiano, inglese, tedesco, ceco e slovacco.

Nella prefazione alla “Nazione ceca”, apparsa nel 1916, Giani Stuparich scriveva che “i cechi non hanno voluto la guerra, anzi sono quelli che più di ogni altro popolo austriaco, se fosse stato in loro, l’avrebbero impedita”. E aggiungeva ch’essi non volevano neppure la fine dell’Austria. Il loro ideale era che il complesso delle nazionalità formanti lo stato danubiano “diventasse un organismo perfetto e preparasse in Europa una nuova coscienza, capace di fondere una famiglia delle nazioni”.

Dai cechi erano partiti i primi progetti di autonomia dei popoli su base territoriale. Risulta dal “Manifesto ufficiale del Comitato d’azione ceco all’estero” del 14 novembre 1915 che prima della guerra i cechi progettavano di federare l’Austria. Vanificate le loro speranze, rivendicavano adesso un proprio stato nazionale.

In questo spirito sorse in Italia la legione cecoslovacca, arruolata fra i prigionieri di nazionalità ceca e slovacca catturati sul fronte italiano. Essa veniva ad aggiungersi, con il comune obiettivo di preparare un esercito nazionale, alle legioni cecoslovacche già operanti in Francia e in Russia.

Traditori per l’Austria, quarantasei legionari caduti nelle mani degli austro-ungheresi pagarono con la vita in Italia la loro fedeltà agli ideali nazionali.

Eiste anche una mostra più ridotta quantitativamente dal titolo “Con la penna nera dal Piave alla Moldava“, ma arricchita dal un’opera dell’artista Franco Murer, “Il legionario cecoslovacco”, cm. 120×190.


“IL VENETO NELL’OBIETTIVO AUSTRO-UNGARICO”

La mostra raccoglie circa 130 soggetti fotografici disposti in ordine di sequenza e provvisti di specifiche didascalie in italiano, inglese e tedesco.

L’insieme di immagini costruito dai servizi austriaci fra caporetto e Vittorio Veneto risulta da tre sotto-insiemi principali, individuati da Eugenio Bucciol per strutturare la sua scelta e accompagnare il nostro viaggio visivo lungo la Mostra.

Il primo sottoinsieme è costituito dalle immagini di distruzioni e di rovina: ponti divelti, campanili scapitozzati o ci stanno in piedi per miracolo, paesi sconvolti, muri sventrati. È la guerra, è un Veneto diverso, in cui è passata la bufera della devastazione. Poiché morti ammazzati non è facile che le fotografie militari sotto controllo ufficiale, autocensurate e censurate, ne lascino passare, viene a mancare alla rappresentazione della guerra, paradossalmente, proprio questa sua tragica materia prima che sono i cadaveri. Troppo raccapriccianti e parlanti per essere ammessi alla visione comune degli eventi, i corpi massacrati dei nostri e dei loro sono surrogati dal massacro delle cose, mostrati solo in via allusiva: attraverso l’esibizione della potenza delle armi e, appunto, attraverso la morte e le ferite gravi, invece che delle persone, dei luoghi e dei beni.

Il secondo sottoinsieme comprende una vasta parte del racconto di guerra nelle terre di conquista: l’aneddotica, la miscellanea dei particolari, gli elementi di vita quotidiana della vita militare, le curiosità, il colore. In guerra, quando i giornalisti non possono pubblicare delle notizie circostanziate e fondate – e non possono quasi mai, fanno del colore.

Il terzo sottoinsieme facilmente distinguibile nella raccolta è il mondo contadino messo in posa. Sono fra le immagini più belle, affettuose e inquietanti, quelle da cui la guerra sembra essere più lontana: cerchi di donne sedute al lavoro, spannocchiatrici o altro, circondate da militari in piedi, disarmati e benevoli. Cucine friulane con famiglie patriarcali, tutte donne, bambini e vecchi, con camino, paiolo e, al solito, fraternizzanti soldati. Duetti fra ragazze e militari, presso il pozzo o la stalla: da una parte e dall’altra, si nota persino qualche sorriso. Frotte di bimbi nei cortili o, qualche, che giocano a “fare la guerra” nelle piazze rustiche. La vita che continua insomma. Una sospensione delle ostilità, una pace separata raggiunta ala buona nelle campagne, fra quelle donne dei campi e quegli uomini dai volti segnati, forse contadini anch’essi in lontane campagne. Sono per noi immagini di complessa decodificazione, perché è vero che la messa in posa della coesistenza e quella occupazione dal volto umano fanno parte delle rassicuranti strategie comunicative della propaganda; ma qualcuno oggi potrebbe anche leggervi il barlume di un genuino incontro fra gli umili, al di qual della politica e delle divisioni dei grandi.

Da queste foto scaturisce una plastica immediatezza che afferra, forse propiziata dalla lastra da cui derivano, come se si spalancasse davanti a noi una finestra sul Veneto Orientale nell’ultimo anno della grande guerra.


“1915-1918 – Foto italiane e austro-ungariche fronte a fronte”

La Mostra composta di circa 140 soggetti fotografici disposti in ordine di sequenza e provvisti di specifiche didascalie in italiano, inglese e tedesco, illustra gli aspetti del primo conflitto mondiale con numerose foto provenienti dall’Archivio di Guerra di Vienna e dalla Fototeca della Regione Veneto. Le immagini mostrano quanto tragici furono quegli eventi per entrambe le parti, Ma esse rivelano anche i sacrifici e l’idealismo espressi dall’uno a dall’altro contendente. Non si può scorrere il testo senza provare ammirazione per i soldati, impegnati fino all’olocausto della propria vita, ciascuno per la sua patria.

La guerra assimila i contendenti, li rende spesso indistinguibili, livella i loro destini nelle attese di soccorso, nelle privazioni della prigionia, negli inganni della propaganda e nei cimiteri. Basta scorrere le immagini sull’invasione dell’Italia nord-orientale per imbattersi in situazioni già viste dall’altra parte, nelle stesse forzate euforie lontano dal fronte, nel medesimo sgomento di uomini in trincea, di donne e bambini in fuga, nelle uguali croci anonime sulle svelte sepolture, in una assoluta identità di rovine e di morte. Ma non emergono soltanto similitudini in questa contrapposizione dei vari aspetti della guerra. Le immagini non sempre combacianti nell’analogia delle circostanze, si sfrangiano talvolta nelle disparità sociali e in alcune spiccate differenze dietro l’uniforme. Il confronto fotografico permette così una conoscenza più articolata di quella resa dalle testimonianze unilaterali.