Paolo Cossi su pacifismo e resistenza nella memoria della Grande Guerra

L’anguilla#2
Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?
Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o  come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino? 
Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].
L’anguilla : una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

cossi-paoloOggi siamo felici di ospitare Paolo Cossi, di cui avevamo già parlato anche qui.

Paolo Cossi nasce a Pordenone nel 1980. Nel 2004 vince il premio ALBERTARELLI dell’ANAFI come miglior nuovo autore e nel 2009 il premio Diagonale in Belgio come miglior autore straniero.
Nello stesso anno il parlamento della comunità francese del Belgio gli conferisce il premio Condorcet Aron per la democrazia (la prima volta che questo premio viene assegnato ad un fumetto).
I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Belgio, Svizzera, Olanda, Corea, Norvegia e Spagna.

Con lui apriamo così una serie di interviste ad artisti e studiosi contemporanei che ci aiuteranno a ragionare sulla Grande Guerra, sul Centenario, sul senso della memoria e dell’oblio.

 

Lei ha dedicato alcuni suoi lavori – 1914. Io mi rifiuto e Medz Yeghern, entrambi usciti per i tipi di Hazard Edizioni – a due delle tragedie maggiori dello scorso secolo. Come è nata l’idea di affrontare questi temi? C’era già un interesse o un filo personale a spingerla in quella direzione o sono stati gli eventi contingenti, come il Centenario, a fornirle il pretesto?

Non sono mai le ricorrenze che mi spingono a realizzare le mie graphic novel ma una grande curiosità e passione per la storia. Nel caso di Medz Yeghern la curiosità mi nacque molti anni fa, nel 2006 quando un caro amico mi parlò delle sue spedizioni di ricerca archeologica sul monte Ararat in Turchia. Mi mostrò diverse foto da lui scattate in alcune grotte della montagna, dove si trovavano resti umani di centinaia di persone. Chiesi cosa fossero e perché si trovassero li. Iniziò così a raccontarmi del genocidio perpetrato dall’impero ottomano ai danni del popolo Armeno. Io non potevo credere che si fosse potuto uccidere un milione e mezzo di persone senza che nel mondo nessuno se ne fosse accorto. Purtroppo però, dopo un approfondimento, scoprii che era tutto vero. Da qui la mia decisione di parlare di questo importante argomento per divulgarlo il più possibile, usando l’unico mezzo che avevo a disposizione: il fumetto.
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Per “1914, io mi rifiuto” ho voluto realizzare questo breve racconto per rispondere alle commemorazioni del centenario della grande guerra, parlando non delle imprese dei soldati ma dei drammi che hanno vissuto le donne, i bambini e gli anziani rimasti nei paesi. In modo non per commemorare ma per denunciare l’orrore delle guerre.

Abbiamo citato il Centenario e sul senso dello stesso vorrei ragionare con lei. Assistiamo oggi ad un moltiplicarsi di eventi, manifestazioni, progetti e pubblicazioni sulla Grande Guerra (un po’ meno sul genocidio degli Armeni e credo sia chiaro il motivo), un tale affastellarsi di foto e documenti, notizie e interpretazioni che non si può fare a meno di chiedersi se siano più i vantaggi o gli svantaggi di questo movimento, spesso caotico e contingente. Che senso ha per lei la memoria, o in che forma e con quale “desiderio in sottotraccia” andrebbe alimentata? In cosa pensa personalmente l’aiuti riflettere o lavorare sulla prima guerra mondiale?

Tutte le ricorrenze storiche sono importanti. Servono a ricordare e a conoscere. Ma la memoria è qualcosa che deve radicarsi più a fondo rispetto agli eventi e alle iniziative che vengono proposte. La memoria è un elemento che deve andare ad arricchire il nostro pensiero, la nostra cultura per poterci fornire nuovi elementi per riflettere sul passato in modo da condizionare il futuro. Fondamentalmente io scrivo libri storici perché è il mio modo di fare miei ed interiorizzare gli eventi. Mi piace indagare il passato non tanto attraverso date e reperti (comunque importantissimi), ma osservando le dinamiche umane in una panoramica globale. Solo in questo modo si riesce a vedere, nell’insieme degli avvenimenti, un percorso ciclico destinato a ripetersi. Per questo è bello e importante visitare i musei con la ricostruzione della trincea, vedendo che divise usavano i soldati e il tipo di armamenti, ma altrettanto importante è non perdere di vista il contesto più ampio e cioè perché quegli uomini si trovavano in trincea, a cosa servivano le armi, quali le conseguenze, e dalla trincea spostare dunque la nostra attenzione al mondo, cercando collegamenti tra il susseguirsi degli eventi bellici. In sintesi, volendo paragonare la storia ad un quadro, mi piacerebbe dire che il dettaglio della pennellata è sempre fondamentale, ma per capire il quadro bisogna anche saperlo guardare da distante valutando anche la cornice che lo accoglie e il colore della parete ove è stato esposto.

In apertura del suo 1914. Io mi rifiuto viene ricordato Ernst Friedrich e il suo museo, fondato a Berlino nel 1925. Friedrich è una figura eccezionale, la cui testimonianza mi pare ancora meravigliosamente scomoda per noi lettori di oggi, spesso dimentichi di quale nuova resistenza siamo chiamati ad esercitare di fronte alle (grandi) guerre (anche minimali e silenziose, private) che segnano la nostra quotidianità. Crede che riflettere sulla Grande Guerra possa avere un senso anche in questa direzione, ossia non tanto per celebrare il passato, ma soprattutto per ricordarci che anche oggi è doveroso dire “io mi rifiuto”, che anche oggi la Storia è una sfida etica per le nostre esistenze?

CopertinaDire “io mi rifiuto” davanti alla guerra e alla violenza è per me sempre doveroso ed etico. Quando Friedrich fondò il suo museo e scrisse il suo libro “guerra alla guerra” mise in moto un pensiero pacifista di rifiuto totale della violenza senza confini geografici o temporali. Non si riferiva alla prima o alla seconda guerra mondiale, non parlava solo al popolo tedesco, ma si rivolgeva a tutti i popoli citando tutte le guerre presenti e future. Si parte da un presupposto: uccidere non è giusto. Non vi sono giustificazioni all’omicidio. Io sono un convinto pacifista e condivido a pieno il pensiero di Friedrich, un pensiero che ho spesso cercato di rilanciare nei miei libri.
Alle critiche che spesso mi vengono mosse, del tipo “ma in guerra se non uccidi ti uccidono gli altri” io rispondo sempre che il pacifismo non deve essere il rimedio ma la prevenzione! Pacifismo è una preparazione delle persone, comincia nei piccoli gesti di casa, con le persone che abbiamo attorno, deve essere una crescita civile dell’individuo. Portare pace dentro di me e regalarla agli altri. Io non insegno nulla, il miglior insegnamento è infatti l’esempio e io cerco di essere d’esempio portando avanti degli ideali che si basano sul rispetto della vita in tutte le sue forme.

L’arte, intesa come esercizio creativo e critico, crede possa generare spazi nuovi di incontro e confronto anche sui grandi temi del passato? Quali sono stati e sono forse ancora i principali autori, temi, luoghi e incontri che hanno sostenuto e alimentato la sua ricerca?

Mi limito a parlare del fumetto che è il campo che sento più vicino. Sicuramente questa forma artistica ha dato molto in questi ultimi anni per far conoscere la storia e anche l’attualità attraverso quello che è stato definito “graphic journalism”. Autori come Art Spiegelman con il suo “Maus” ci ha raccontato l’esperienza di suo padre nei campi di sterminio, Joe Sacco in “Palestine” ci ha fatto conoscere la drammatica situazione tra Palestina e Israele, ma la lista sarebbe molto lunga. Ci sono case editrici come ad esempio la Becco Giallo che ha formato il suo catalogo proprio proponendoci fumetti di cronaca storica. C’è molto di tutto questo, quelli che scarseggiano in Italia , e lo dico a malincuore, sono i lettori.

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Andiamo più nello specifico al suo lavoro. I fumetti sono un linguaggio particolare, sempre aperto a tonalità e declinazioni anche molto diverse fra loro – scanzonate e leggere oppure serie e drammatiche, per bambini e/o per adulti. Quali sono i vantaggi – ed eventualmente le difficoltà – implicite nella forma espressiva da lei scelta? In rete si trovano anche video – ad esempio questo – degli spettacoli in cui, accompagnato da Jan Caberlotto, lei racconta disegnando la storia di Nicolaj in presa diretta: ci parla di come è nata la collaborazione e quali canali espressivi ulteriori le ha aperto questa forma di contatto con il pubblico?

dsc_2073_3_800_800_wIl fumetto è un linguaggio che comunica attraverso due elementi: il disegno e il testo. Il disegno ha un potere comunicativo universale. Se prendiamo ad esempio i murales messicani vediamo che la loro forza stava proprio nel trasmettere messaggi o tramandare storie a persone di tutti i ceti e anche agli analfabeti. Il disegno quindi arriva a tutti ed è per questo che il linguaggio fumetto ha molte potenzialità. Come il cinema, ha diversi generi, per questo troviamo fumetti di tutti i tipi, da quelli per bambini fino a quelli per adulti (che non sono solo quelli erotici, come pensano in tanti, ma anche storici o di cronaca).
Nella mia esperienza personale però sentivo che mancava qualcosa. Volevo che, quando presentavo i miei lavori, i disegni che facevo venissero intrisi di atmosfere particolari, da qui l’idea con l’amico Jan Caberlotto, fantastico musicista, di aggiungere al disegno la musica per raccontare dal vivo le storie dei miei fumetti. L’esperienza è poi diventata anche uno spettacolo con la cantautrice Erica Boschiero dove invece sono le sue canzoni che trovano “corpo” nei miei disegni.
Degli spettacoli freschi, fatti di preparazione e anche di improvvisazione per raccontare storie e vivere emozioni. Al pubblico sono piaciuti molto e contiamo quindi di portare avanti queste esperienze che ci regalano moltissimo.

Per chiudere rilanciando e riaprendo il dialogo, ha voglia di invitare qualcun’altro (sia esso un artista come lei o meno) a riflettere sulla Grande Guerra, sulla memoria e sui temi di cui abbiamo parlato assieme?

Vorrei invitare tutte le persone che hanno nel cuore la fiamma della curiosità e in testa la voglia di riflettere sull’umanità. Voglio invitare chi ha voglia di cambiare le cose iniziando a cambiare se stesso. Ho voglia di invitare gente capace di essere superiore all’invidia, al razzismo e all’odio. Ho voglia di invitare persone forti che sappiano amare la vita.

 

©StefaniaSalvadori