Chiara Isadora Artico ci presenta IoDeposito e il progetto B#Side War

L’anguilla#3
Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?
Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o  come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino? 
Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].
L’anguilla : una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

 

Chiara Isadora ArticoContinua la nostra serie di interviste su memoria e Grande Guerra oggi con l’intervento di Chiara Isadora Artico per IoDeposito.
Siamo particolarmente felici di ospirtala e di dare spazio, attraverso la sua voce, a questa tanto giovane quanto attiva associazione culturale sia perché siamo convinti del valore delle attività che IoDeposito dedica al tema della Grande Guerra ormai da tempo, sia perché è questo un modo per inaugurare con gioia una collaborazione che speriamo porti frutti nuovi eppure maturi.
Vi ricordiamo che le attività di IoDeposito possono essere seguite sia sul loro sito web, qui, sia sulla loro pagina FaceBook.

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[Foto di Copertina: iN-CUBO, di Joshua Cesa. Il volume rappresenta i 219.219 litri di sangue dei 39.857 militi sepolti sotto i gradini del vicino Sacrario Militare di Redipuglia]

 

– Che cos’è IoDeposito e com’è nato, nel suo contesto, il progetto B#Side War? Perché avete deciso di dedicare attenzione alla Grande Guerra? Ci può descrivere brevemente qual è il vostro obiettivo e con chi collaborate?

L’associazione IoDeposito è stata fondata nel 2009 con lo scopo di promuovere attraverso i media dell’arte e della cultura opportunità per i giovani, in particolare quelli del Nord Est – del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, ma anche con numerose collaborazioni in Slovenia, dove stiamo per aprire una sede operativa –, promuovendo il loro benessere culturale e le loro competenze specifiche, attraverso due strumenti preziosissimi: le competenze specifiche dei giovani stessi da una parte e, dall’altra, i processi di significazione artistici e culturali. Ci contraddistingue una particolare propensione verso i settori delle arti visive e della formazione ai mestieri del management culturale, dell’arte e della curatela. In poco meno di sei anni di attività l’Associazione ha coinvolto più di 100.000 persone in mostre, progetti culturali ed artistici, percorsi di ricerca e di formazione, laboratori e workshops, attività orientate allo sviluppo del territorio e alla riscoperta della sua identità, anche e soprattutto in chiave storica.
faviconCi chiamiamo ‘IoDeposito’ perché siamo nati all’interno di un vecchio deposito delle corriere. Già dopo qualche anno ci è stato chiaro che la forma che vogliamo non è quella che ci vede concentrati su di un contenitore-sede-edificio, puntiamo piuttosto ad una forma in certo senso liquida, ossia diffusa: consideriamo il nostro contenitore l’intera area su cui oggi operiamo a macchia di leopardo, permeando distretti e zone specifiche. Lavoriamo perciò localmente, ma in chiave internazionale, riversando sul territorio l’esperienza e la collaborazione di realtà istituzionali, giovanili, artistiche e scientifiche che operano in moltissimi paesi del mondo. Lo zoccolo duro della nostra Associazione è composto da circa una ventina di giovani e motivati professionisti della cultura, che hanno dai 21 ai 34 anni (ricercatori, dottorandi, economisti, curatori, artisti, designers, storici, italianisti, architetti).
Circa il nostro interesse per la questione della Grande Guerra, partiamo dalla coscienza che quest’ultima è stata uno spartiacque sociale e culturale capace di dare il via a processi articolati che hanno spostato l’asse e la percezione di riti, miti, costumi e usi – processi che hanno influenzato anche il mondo contemporaneo, quello in cui vivono e si muovono le generazioni di oggi (pensiamo solo al concetto di ‘cittadinanza liquida’ in movimento tra i confini degli Stati europei). Eppure, nella nostra esperienza, abbiamo notato come sia spesso difficile – soprattutto per i più giovani, ma non solo – individuare i modi e i processi tramite cui il primo conflitto mondiale impatta sulla nostra contemporaneità.
Proprio da questa riflessione è nato il progetto B#Side War: avvertivamo in modo molto chiaro e intenso la necessità di coinvolgere i giovani del nostro territorio in una riflessione sui lasciti e sui retaggi della Grande Guerra. In particolare volevamo riflettere sula percezione della prima guerra mondiale come qualcosa che ancora impregna il suolo, una ferita aperta non visibile ma che continua a generare malessere, finanche nel vissuto delle nuove generazioni della nostra area, che sono gli eredi di questo conflitto terribile.

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Questa percezione di gravità e al contempo di confusione rispetto ai propri sentimenti e alle memorie familiari legati ai fatti della prima guerra mondiale (così lontani, ma anche vicini) necessitava di un intervento per essere portata allo scoperto e in un qualche modo ‘sciolta’, ‘contenuta’, più che reificata in una pietra monumentale. Ci è parso obbligatorio un intervento che avesse valore collettivo, ma al contempo anche individuale, cercavamo un approccio che potesse aiutare ad affrontare il tema in senso non solo scientifico, ma anche emotivo, psicanalitico, simbolico, senza per questo venir meno al rigore della ricerca storica. È attorno a queste riflessioni che è appunto nato il progetto B#Side War come rassegna culturale e artistica espressamente dedicata ai retaggi e ai lasciti della Grande Guerra con il desiderio di farli emergere grazie al forte potere simbolico delle arti, indagando i ‘lati B’ del conflitto, i punti di vista poco considerati dalla storiografia nazionale, e accendendo i riflettori su quello che stato il vissuto degli individui, focalizzandosi dunque l’esperienza umana del conflitto.
Siamo oggi alla seconda edizione della rassegna, che è diffusa oggi su quattordici territori del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e dell’Istria, con eventi speciali anche in altre città del mondo (Londra ad esempio, dove abbiamo dato preview della rassegna). Oltre ad una vasta rete di partners, sostenitori e enti patrocinanti in Italia, B#Side War ha acquisito una forte componente internazionale: questa edizione coinvolgerà contributors provenienti da 39 paesi del mondo, per promuovere una riflessione trasversale e congiunta sul comune passato delle guerre mondiali. Lo scopo è quello di indagare quei nessi che sussistono tra gli avvenimenti del secolo breve e il nostro quotidiano, tra il nostro passato di guerra e il modo in cui oggi percepiamo il mondo.

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– Vorrei ragionare assieme sul Centenario. Assistiamo oggi ad un moltiplicarsi di eventi, manifestazioni, progetti e pubblicazioni sulla Grande Guerra, un tale affastellarsi di foto e documenti, notizie e interpretazioni che non si può fare a meno di chiedersi se siano più i vantaggi o gli svantaggi di questo movimento, spesso caotico e contingente. Che senso ha per voi la memoria, o in che forma e con quale “desiderio in sottotraccia” andrebbe alimentata? Come evitare che il ricordo, nel clamore mediatico del Centenario, diventi solo speculazione, materiale o concettuale?

È vero che con il Centenario si moltiplicano le attività, talvolta anche in modo un po’ “forzoso”. Ci sono sicuramente realtà che lo vivono quasi come un obbligo da inserire nel calendario delle manifestazioni; al contempo ci troviamo di fronte a moltissimi gruppi più o meno informali che talvolta organizzano delle cose bellissime; altre volte invece l’entusiasmo non è adeguatamente sorretto dalle necessarie competenze storiche o di gestione delle attività culturali. Il panorama è frastagliato; tutto questo comporta alcuni problemi di discernimento, certo, poiché l’occasione del Centenario viene utilizzata in molteplici maniere, talvolta per fini divulgativi, altre volte per fini celebrativi, o ancora per fini turistici. Ma questa è solo una faccia della medaglia.
foto_008177800Un dato che io trovo significativo, è questa grande voglia delle persone di aprire i propri cassetti, i propri archivi, le proprie soffitte, alla ricerca di pezzetti di storia che mancano: questo è poetico, esprime la ricchezza offerta dalle persone a noi operatori culturali, che dobbiamo saperla comporre in un mosaico per ‘rivelarla’ a pubblici più ampi. Credo dovrebbe essere questo lo scopo da prefiggersi.
Ad essere pericoloso è l’intreccio mancato fra le competenze necessarie per rendere questi ‘pezzetti di storia’ efficaci e chiari nella rappresentazione, divulgazione ed esposizione: mostrare è un mestiere, divulgare è un mestiere, la ricerca è un mestiere, l’organizzazione dei significati in forma di attività culturali è un mestiere. È di queste necessità professionali che non c’è spesso consapevolezza.
La memoria è un tesoro così prezioso e così complesso che necessita di essere alimentata dai suoi custodi (persone, famiglie, archivi), messa a sistema e interpretata grazie all’aiuto di chi lo fa di mestiere (gli storici, i ricercatori), e anche, come ultimo e necessario tassello, diffusa da chi è un esperto nella trasmissione (organizzazioni culturali, curatori, divulgatori, artisti ed esperti del mondo visivo). Salveremo meglio la nostra ricca memoria se saremo capaci di riconoscere che essa è talmente inestimabile da richiedere tutte queste competenze, utilizzate con chiarezza e con buon senso.
Se dovessi fare un bilancio, direi che con il Centenario si giocano molte cose: se da una parte con il moltiplicarsi delle attività si moltiplicano i rischi connessi alla trasmissione della storia, è anche vero che il Centenario sta aiutando nella scoperta di una nuova sensibilità, che tende finalmente a farci mettere in luce l’esperienza umana del conflitto, e che ci permetterà forse di uscire dalla lettura nazionalista che fino ad ora ha regnato.

–  Nella vostra precedente serie di eventi di B#Side War avete indagato l’effetto devastante che ha avuto la Grande Guerra nella coscienza collettiva. Vi siete focalizzati soprattutto sui concetti di trauma e di confine; concetti che nella regione in cui operate, il Friuli Venezia Giulia, hanno evidentemente echi dolorosissimi anche nella storia contemporanea. Credete che riflettere sulla Grande Guerra possa avere un senso anche in questa direzione, ossia non tanto per celebrare o ricostruire anonimamente il passato, ma anche per riflettere sul presente che ripropone e impone – mutatis mutandis – sempre le stesse domande, fratture, traumi e scelte? In questo senso parlare di Grande Guerra può essere un modo per ricordare la responsabilità individuale e collettiva a cui siamo chiamati tutti anche oggi? 

 

13001273_838608522939847_4758239040634536078_nDecisamente sì: riflettere sulla Grande Guerra, che è stata per molti aspetti la “madre” delle guerre, rappresenta una grande opportunità per pensare a ciò che ci è successo nell’arco di tutto il secolo scorso: migrazioni forzate, fenomeni di sradicamento, difficoltà e confusioni identitarie sono all’ordine del giorno sono fenomeni comuni tanto all’oggi quanto al passato del primo conflitto mondiale. Guardando indietro dalla prospettiva odierna è chiaro che i conflitti di ieri hanno avuto degli effetti a lungo termine e rimbombano nei decenni e nelle epoche successive, creando fratture che rischiano di essere insanabili se alimentate con nuovi conflitti.
Il trauma di ogni conflitto è infatti talmente forte da sopravvivere alla morte dell’individuo che l’ha esperito, trasmettendosi alle generazioni future.
La nostra Regione d’origine ad esempio, il Friuli Venezia Giulia, è un luogo, o meglio, un insieme culturale direi “magico”: è pieno di diversità e di ricchezza culturale, anche linguistica, sonora, musicale, oltre che visiva e paesaggistica; è sempre stata una terra di confine che sta cercando faticosamente di ricomporre le fratture dei numerosi conflitti che ne hanno rovesciato a più riprese gli equilibri e la quotidianità – e la Grande Guerra è stata il primo conflitto di una serie.

 

– Una delle caratteristiche principali della vostra Associazione è quella di mescolare e unire linguaggi e metodologie molto diverse che vanno dalle arti figurative, alla musica, fino alla letteratura e alla psichiatria. L’arte, intesa come esercizio creativo e critico, può secondo voi generare spazi nuovi di incontro e confronto anche sui grandi temi del passato? E come evitare che al contempo la ricostruzione e la ricerca storica non vengano tralasciate o banalizzate? Come conciliate nel vostro progetto queste due prospettive?

 

Questa domanda metodologica è assai gradita, perché ci viene posta di rado, mentre noi riteniamo questo un punto fondamentale del nostro operare.
Noi raccogliamo attori provenienti da diversi indirizzo di studio e di pratica culturale: ci sono storici, italianisti, architetti, urbanisti, storici dell’arte, designer, informatici e artisti. Tutti sono poi sostenuti trasversalmente dal lavoro degli organizzatori, dei curatori e dei manager specializzati in attività culturali che coordinano i nostri progetti.
Il nostro approccio di lavoro vede tuttavia l’arte come protagonista, perché essa ha una capacità formidabile di portarci a contatto con le grandi verità dell’uomo. Come disse Donald Meltzer, »l’arte ci porta nel mondo delle immagini di tutti«, quindi lì dove risulta possibile carpire l’esperienza singola anche se non la si è vissuta in prima persona; in questo senso l’artista altri non è che il tramite delle verità esperienziali.
Inoltre l’arte ha la capacità di sondare le profondità dell’esistenza – anche quelle dell’inconscio, come ha confermato Paolo Fonda, direttore dell’Istituto di Psicanalisi per l’Est Europa, che ha partecipato ai nostri lavori. Ci permette quindi di accedere dove null’altro arriva, portandoci, nel caso specifico, a “fare contatto” con la grande verità della guerra attraverso l’esperienza estetica e a lasciar emergere gli irrisolti personali in un modo che tutti possono capire e accogliere.

È comunque evidente che l’arte è tanto più efficace se alimentata da una cornice favorevole, che include la scienza, la ricerca storica e molti altri strumenti di ricerca. Per questo motivo, ad esempio, quest’anno il festival che abbiamo organizzato ha visto collaborare 68 artisti, 25 ricercatori e 17 direttori di Musei.
Ancora: alcuni dei progetti artistici sono realizzati site-specific (cioè specificamente per un’occasione fornita nel nostro caso dal contesto storico, locale, logistico e fisico) e non c’è n’è uno che non abbia affrontato insieme a noi un rigoroso percorso di ricerca prima di lasciare spazio alla creazione.

Faccio degli esempi per chiarire il nostro metodo di lavoro.
imageL’anno scorso, comparando diari di guerra e documenti di memorialista provenienti da diversi paesi, abbiamo notato che dal punto di vista esperienziale una costante percettiva per il milite, sia esso un fine letterato o un semplice bracciante, è che in guerra la vista inganna, l’udito invece salva. Quella tratteggiata dalle testimonianze, in modo più o meno consapevole, è una realtà fatta di percezioni visive alterate e distorte, e di impronte sonore specifiche che costituiscono elemento atavico di salvazione. Proprio la polarità vista/ingannevole-udito/salvifico rintracciata nei documenti è stata da noi organizzata e trasferita in forma di attività artistica che si è concretizzata in due attività culturali. A Trieste con la mostra Perspective on War, che aveva come obiettivo quello di analizzare e rendere visibili tutte le prospettive ingannevoli del conflitto armato attraverso le opere d’arte di 7 artisti internazionali. E in secondo luogo con l’installazione relazionale e multi-sensoriale Insight, una vera e propria architettura relazionale creata dall’artista Joshua Cesa, che ha creato un percorso composto da simboliche ‘stazioni uditive della memoria’, che si offrono alla libera fruizione del visitatore all’interno della galleria Bombi di Gorizia, un tunnel pedonale lungo 350 metri che avvicina il cuore della città al retrostante Carso Sloveno, passando sotto al Castello.
Possiamo dunque parlare di una trasposizione in chiave artistica di ricerche molto dettagliate che vengono connesse con attenzione ad un territorio specifico in virtù della sua storia. Non è un caso che Perspective on War sia stata organizzata a Trieste: la prospettiva è elemento spaziale, sensibile e percettivo, ma anche metaforico e simbolico, gli schieramenti in battaglia, costretti in una condizione fisica fatta di visioni distorte, esperivano diversi generi di inganno ottico: dalla restrizione del campo visivo data da mirini e feritoie fino all’illusione ottica della distanza; ma anche la percezione alterata della distanza faceva sembrare Trieste vicina all’esercito italiano, convinto che in pochi giorni avrebbe conquistato il porto dell’Impero. Trieste è diventata in questo senso “l’inganno prospettico” per antonomasia, come testimoniato dagli stessi Lussu e Stuparich: prospettive illusorie di tipo sensibile, traducono prospettive distorte in senso metaforico e concettuale. È breve il passo per giungere dall’illusione ottica della Trieste vicina all’illusione prospettica più forte di tutte, quella che soggiace all’inganno della “guerra lampo”.

 

– Torniamo al programma di B#Side War. Potete raccontarci quali sono gli attuali progetti e i prossimi eventi in programma? E qual è il vostro rapporto con il pubblico, quali sono le reazioni alle vostre attività che registrate fra la gente? 

Abbiamo fatto il “giro di boa” per quest’anno: a fine maggio, siamo ormai ben oltre la metà di questa seconda edizione del B#Side War festival, che registrerà in totale circa 36 eventi, tra mostre d’arte (8), installazioni artistiche site-specific inserite nei paesaggi montani o urbani (3), eventi speciali performativi quali happenings, concerti, appuntamenti dedicati alla videoarte (10), conferenze (3) workshop e presentazioni di progetti di ricerca in Italia e all’estero (12). Sul piano geografico ci siamo mossi soprattutto tra Friuli Venezia Giulia, Veneto, la Slovenia e Londra, ma non sono mancate altre attività svolte all’estero. Uno degli ultimi eventi si è tenuto il 18 giugno al Molino Stucky, sul terrazzo più alto di Venezia: tanta videoarte e una performance speciale di Nahalie Vanhuele, definita la ‘femme am flamme’ Belga, artista originaria di Ieper. Per i prossimi mesi invitiamo tutti intanto a passare per Gorizia ed esperire l’installazione multi-sensoriale Insight, all’interno della galleria Bombi, dove rimarrà fino ad agosto. Per il mese di luglio invece vi invitiamo ad una gita in montagna, sulle trincee di Dogna, dove installeremo Listen, opera dell’artista cambogiana Lang Ea.

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Il pubblico è al centro delle nostre progettazioni. Per questo il festival è audience-oriented. E il pubblico reagisce in modo diversi, raramente però rimanendo indifferente: molti si commuovono, altri provano sollievo e la maggior parte percepisce benessere.
Sperimentiamo molto e cerchiamo di trovare nuovi modi di avvicinare gli interessati e di avvicinare nuovi pubblici che sarebbero altrimenti difficili da raggiungere: la nostra memoria è davvero troppo importante per pensarla in modo autoreferenziale o per non interrogarsi sulla sua trasmissione ai giovani, anche attraverso i linguaggi sincretici dell’arte e la creazione di ambienti e situazioni favorevoli allo scambio di idee tra generazioni diverse.
Stiamo anche pianificando azioni specifiche per la raccolta delle memorie orali presso quelle fasce che invece sono più anziane.
Così come in fase di progettazione consideriamo tutti i dettagli dell’esperienza mettendoci dal punto di vista di chi fruisce, all’atto pratico stiamo sempre attenti ad organizzare eventi che non siano eccessivi nell’ordine dei numeri, perché le esperienze più intense hanno bisogno di avere il tempo e lo spazio per essere elaborate. Cerchiamo di stimolare la partecipazione, osserviamo attentamente quello che accade e quale uso fanno gli spettatori delle opere: molto spesso ci sorprendono con pensieri profondi e interazioni impreviste con le opere, con gli artisti o con i ricercatori.
Ad esempio l’altro giorno un uomo stava cercando di registrare le tracce audio delle “stazioni uditive” dell’installazione Insight con il suo cellulare – per giunta di quei modelli degli anni ’90 – perché era desideroso di farle sentire alla moglie, invalida a casa. Quando abbiamo proposto di passargli le tracce audio via mail, con qualità di molto migliore, ha risposto che gli faceva piacere e anzi preferiva compiere il pellegrinaggio delle stazioni uditive per conto della moglie che non poteva farlo, dando così un valore ancora più importante all’opera.
vanbarenHo avuto la netta sensazione che ci sia chi cerca il sollievo partecipando alle nostre attività; c’è invece anche chi sente ancora il dolore in modo rabbioso, e alcune rabbie quando emergono poi vanno contenute – l’arte tira fuori tutto, ma è la sua funzione intrinseca, ciascuno entra in relazione con l’opera secondo il suo particolare vissuto. C’è infine chi si sente più distante dal tema o disorientato e a quel punto reputiamo importante stimolare un po’ di più il dialogo e l’interazione.
I giovanissimi sono interessanti: colgono molto bene i legami tra passato e presente, individuando immediatamente le connessioni e le coazioni a ripetere e accogliendo con facilità il contatto con l’altro e con le opere, soprattutto se tecnologiche e interattive.
Uno dei momenti più belli di quest’anno è stato quando all’inaugurazione della mostra What We Left Behind in Russia: ben tre visitatori hanno pianto davanti all’opera di Natalia Tikhonova, che era piccola, semplice, povera, eppure potentissima nella sua espressività.
Oppure ricordo Željko Cimprič, direttore del Museo di Caporetto, che ha avuto un momento di trasporto commosso in conferenza mentre spiegava le sue ricerche sui diari di guerra: quel momento è stato per tutti i presenti una specie di ‘marker’ mnemonico. Ancora oggi ricevo email relative a quella conferenza.

 

– Per chiudere rilanciando e riaprendo il dialogo, ha voglia di invitare qualcun altro (persona singola o associazione) a riflettere sulla Grande Guerra, sulla memoria e sui temi di cui abbiamo parlato assieme?

Accade spesso che nell’iconografia della Grande Guerra le generazioni più giovani non si sentano rappresentate e che sfuggano talvolta i legami tra il nostro passato di guerra e il nostro modo contemporaneo di percepire il mondo: per questo motivo, mi piacerebbe invitare Miha Colner, curatore del Photon – centro di fotografia contemporanea di Vienna e di Lubiana. Giovane d’età, Miha Colner rappresenta per formazione la scuola curatoriale Slovena, tra le più interessanti al mondo, porta con sé il vissuto dei territori Boemi per origine familiare e ha dimostrato una capacità più unica che rara di lavorare con artisti contemporanei in modo scientificamente rigoroso, includendo le fonti storiche nelle sue narrazioni contemporanee.

©StefaniaSalvadori

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