L’artista Claudio Beorchia su memoria e Grande Guerra

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Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?

 

L’anguilla : una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

io-studio-piccolaOggi ospitiamo Claudio Beorchia, un giovane artista che ha già raccolto importanti riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Laureato in design e arti visive allo IUAV di Venezia e all’Accademia di Brera a Milano, un dottorato di ricerca allo IUAV, Claudio Beorchia vive e lavora nel trevigiano. Le sue opere sono state esposte in Italia e all’estero e si contraddistinguono per un uso eclettico di materiali e linguaggi che ben esprimono la sua instancabile ricerca verso una sintesi formale capace con la sua potenza espressiva di coinvolgere direttamente e nel profondo gli spettatori. 

Altre informazioni e immagini dei suoi lavori li trovate nel sito web di Claudio Beorchia, che vi invitiamo a visitare: http://www.claudiobeorchia.it/

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Claudio Beorchia a Vittorio Veneto, in occasione della mostra Lands Of Memory, la cui selezione artistica contemporanea è stata curata dal B#Side War Festival di IoDeposito e in cui si sono confrontate opere d’arte contemporanea con foto storiche provenienti dal’archivio del CEDOS. Lo ringraziamo per aver accettato di rispondere ad alcune domande. 

Vorrei partire prima di tutto con una domanda introduttiva sul tuo percorso artistico. Ci puoi raccontare quali sono i temi che sostanziano la tua ricerca e come sei arrivato a ragionare e lavorare attorno alla Grande Guerra?

Sono un artista affascinato dalla complessità del mondo che mi sta attorno, alle contraddizioni e alle problematiche che emergono all’interno di specifici contesti sociali, paesaggistici, urbani. Opero generalmente attraverso progetti site specific, in maniera non autoreferenziale, scegliendo di volta in volta modalità e mezzo espressivo che più si addicono allo spunto poetico alla base di ogni mio progetto.

Stato di Emergenza, 2016. Installazione a Palazzo delle Aquile, municipio di Palermo
Stato di Emergenza, 2016. Installazione a Palazzo delle Aquile, municipio di Palermo

I temi che mi è capitato di toccare in questi anni sono davvero diversi: dal problema dello spopolamento dei piccoli centri molisani alle politiche di sorveglianza vigenti in Cina, dalla diaspora Armena fino alla Shoah, dalla crisi dei rifugiati nel Mediterraneo fino al recupero della dimensione non-produttiva e non-funzionale nelle attività umane. Per dare forma a queste riflessioni ho fatto ricorso al mezzo fotografico, all’azione urbana, alla scultura, nonché all’installazione, come nel caso del progetto presentato in mostra. Fogli/Caduti” è un lavoro concepito e realizzato nel 2011 per una mostra sui 150 anni dell’Unità di Italia. La mostra era stata prodotta dall’Istituto Garuzzo per le Arti Visive di Torino e curata da Martina Corgnati. Dopo il primo allestimento presso la Castiglia di Saluzzo, grazie all’interessamento del Ministero degli Affari Esteri è stata riallestita in alcune sedi istituzionali in Europa e America Latina. La curatrice aveva invitato 20 artisti, uno per ciascuna regione della penisola, a ragionare attorno alle peculiarità locali che hanno contribuito e contribuiscono a costituire una identità culturale su una scala più ampia, nazionale. Per me, cresciuto in un piccolo paese a metà strada tra Vittorio Veneto e il Piave, è venuto quasi naturale ragionare attorno al tema della Grande Guerra, che ha segnato in maniera tangibile questo territorio.

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Claudio Beorchia: Fogli/Caduti, 2016

Restiamo sul tema della Grande Guerra per affrontare una domanda che proponiamo a tutti i nostri ospiti. In questi anni segnati dal Centenario si stanno moltiplicando eventi, manifestazioni e pubblicazioni al punto tale che spesso ci si chiede se siano più i vantaggi o gli svantaggi di un programma non di rado caotico e contingente. Che senso ha per te la memoria e con quale “desiderio in sottotraccia” andrebbe alimentata? Come evitare che il ricordo nel clamore del Centenario diventi solo speculazione materiale o concettuale?

Cerco di vedere il lato positivo di questa concentrazione di iniziative legate alla Grande Guerra. Penso sia rassicurante vedere tante persone – dall’accademico al semplice appassionato, dal pensionato allo studente – che si impegnano nell’organizzazione di eventi, mostre, pubblicazioni, legate a questo tema. Mi sembra ci sia la volontà diffusa e trasversale di non voler dimenticare questa pagina di storia italiana. Il problema non è tanto nella quantità delle iniziative, quanto nella pianificazione, nella qualità e nell’autorevolezza. Ma questo è probabilmente un problema più generale che riguarda la produzione culturale nel nostro Paese.

Nella tua installazione Fogli/Caduti i nomi – simbolo per eccellenza dell’irripetibilità di ogni vita singola – sono tracciati labilmente su sottilissimi fogli di carta. La loro fragilità, che corrisponde a quella della vita umana, assume letteralmente volume non più sui monumenti, ma in una massa eterea di velina. Ci puoi raccontare come hai creato questa installazione? Cosa ci dice questa sorta di sublimazione degli elementi, dalla solida pietra all’etero della carta?

Quando ho deciso di lavorare attorno al tema dei caduti e dei monumenti a loro dedicati, ho detto a me stesso che avrei fatto qualcosa che avrebbe comportato fatica e tempo per essere realizzato. Se volevo parlare di caduti – quindi di corpi, di persone che avevano perso la vita durante un conflitto – allora anche il mio lavoro doveva comportare un atto corporale, un impegno fisico. La scelta di usare il frottage è venuta quasi di conseguenza: è una tecnica “fisica” che mi costringeva a toccare davvero quei nomi, a mettere il dito intriso di grafite nelle incisioni di quelle lettere e trasformare così qualcosa di tattile in qualcosa di squisitamente visivo. A monte di quei 100 fogli di carta velina c’è un lavoro di diverse settimane, realizzato andando di paese in paese, di monumento in monumento, durante i mesi estivi del 2011.

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Claudio Beorchia: Fogli/Caduti, 2016

La configurazione dell’installazione è avvenuta come reazione a quelle che sono le caratteristiche tradizionali del monumento ai caduti. I monumenti sono generalmente solenni, pesanti, permanenti; la mia installazione voleva essere invece informale, leggera e mobile, semplicemente più umana, forse.

La tua installazione ci riporta a ragionare sulla memoria come luogo di incontro “alchemico” e altrove impossibile fra irripetibilità del singolo e collettività sovraindividuale. Credi che l’arte possa essere un processo di distillazione utile a riproporre e preservare questi due poli senza cadere né nella soggettivizzazione-falsificazione della Storia né nell’anonimato grigio dei grandi eventi?

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Claudio Beorchia: Numeri/Cenere, 2010

Una “buona memoria” è qualcosa di complesso, frutto della sinergia di numerosi fattori, di tante discipline e diversi attori: ha bisogno dell’autorevolezza della ricerca storica, di strutture narrative efficaci, di luoghi di preservazione e discussione, di rituali sociali e politici collettivi… L’artista è uno di questi attori: l’artista è colui che è capace di mostrare le cose da un punto di vista originale, con una prospettiva inedita e poetica, provocando un profondo coinvolgimento nell’osservatore. Penso che questa peculiare capacità dell’arte possa essere preziosa per il pubblico, ma anche per gli altri attori che lavorano per la costruzione di una “buona memoria”.

Credi sia oggi possibile e sensato riflettere sulla Grande Guerra non solo per celebrare o ricostruire il passato, ma anche per riflettere sul presente che ripropone e impone in forme diverse medesime domande, fratturi, traumi e scelte di un secolo fa? In che senso l’arte può aiutarci in questo processo critico?

L’arte può essere preziosa, non solo per la realizzazione di una “buona memoria”, ma anche per una riflessione critica sulla contemporaneità. L’Arte non è una pratica affermativa (se lo è allora siamo dalle parti della propaganda), bensì una feconda generatrice di dubbi.

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Claudio Beorchia all’apertura della mostra a Vittorio Veneto “Lands of Memory”

Questo è stato d’altra parte uno degli obiettivi della mostra: vedere quali sono le riflessioni messe in campo da giovani artisti sul tema della Grande Guerra. E le riflessioni degli artisti non possono che essere contemporanee. Nel mio piccolo la mia installazione ha provato a fare questo: ha provato a dire che in guerra non ci vanno eroici soldati, ma fragilissimi uomini; ha provato a mettere in discussione la retorica del monumento ai caduti. Ho l’impressione però che la mostra sia stata finora uno dei pochi eventi, fra i numerosissimi di questi anni, che ha trattato il tema della Grande Guerra in un senso più critico e contemporaneo. Gli artisti stanno perdendo forse un’occasione importante per poter dire la loro su questi temi. Si tratta forse, ancora una volta, di difficoltà più generali del sistema di produzione culturale italiano, dove poco è il dialogo interdisciplinare ed è sempre difficile lavorare su progetti di medio e lungo periodo. Chissà quali interessanti dubbi e nuove questioni emergerebbero se un museo mettesse a disposizione i suoi archivi agli artisti, se i monumenti ai caduti – invece di venir semplicemente restaurati – potessero essere reintepretati dagli artisti, se uno storico lavorasse a quattro mano con un artista per poter dare una inedita linfa narrativa ai suoi studi…

Se ben ricordo tu vivi in luoghi che incarnano come pochi altri il primo conflitto mondiale e dove, anche a distanza di un secolo e nonostante la dissennata presenza umana, i segni della Grande Guerra sono visibili ovunque. Che rapporto hai con il paesaggio in cui sei immerso?

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Falzè di Piave, monumento ai caduti

I segni della Grande Guerra ci sono, ma non è detto che siano visibili; o meglio: i segni sono visibili, ma non sono visti. La vista, per sua natura, non fa attenzione agli elementi del paesaggio che non mutano, che sono sempre presenti. Il nostro occhio abitudinario, di routine, finisce con il nasconderci molto del già visto, dandolo per scontato. L’ho sperimentato andando di paese in paese nel realizzare il progetto: alcune volte mi capitava di chiedere indicazioni agli abitanti per arrivare al monumento ai caduti. Non tutti si ricordavano dove si trovasse e riuscivano ad essermi d’aiuto: sapevano che c’era da qualche parte, ma non di preciso. Quando poi mi capitava di chiedere che forma avesse il monumento, i “non so” erano ancora di più. “Fogli/Caduti”, nel suo processo di realizzazione, è stata anche l’occasione per me di guardare con un occhio diverso il paesaggio che mi sta attorno, per percepirlo davvero come uno scenario bellico.

Per chiudere rilanciando e riaprendo il dialogo, ha voglia di invitare qualcun altro (persona singola o associazione) a riflettere sulla Grande Guerra, sulla memoria e sui temi di cui abbiamo parlato assieme?

Non riesco a indicarti qualcuno di preciso. Se però si tratta di rilanciare e aprire un dialogo, c’è allora un profilo di cui sarebbe interessante conoscere il punto di vista sulla Grande Guerra, su come stiamo affrontando le celebrazioni di questi anni, su rapporto fra quell’esperienza bellica e il mondo contemporaneo. Il profilo è presto detto: giovane artista, donna, di nazionalità austriaca.

[foto di copertina: Claudio Beorchia, Fogli/Caduti, installazione alla mostra “Lands of Memory” di Vittorio Veneto; Photo credit: IoDeposito]

©StefaniaSalvadori