Un’intervista con Luca Terenzi: la memoria come rituale collettivo

L’anguilla#5

Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?

Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino?

Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].

L’anguilla : una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

Oggi ospitiamo Luca Terenzi, che ha partecipato alla mostra Lands Of Memory, la cui selezione artistica contemporanea è stata curata dal B#Side War Festival di IoDeposito e in cui si sono confrontate opere d’arte contemporanea con foto storiche provenienti dal’archivio del CEDOS. Lo ringraziamo per aver accettato di rispondere ad alcune domande.

 

Come tu stesso ci hai raccontato, stai ora muovendo i primi passi nel tuo percorso artistico che – abbiamo avuto modo di vederlo nella mostra Lands of Memory – ti ha però già portato a risultati interessanti. Vorresti raccontarci quali sono i temi che muovono il tuo lavoro e se fra di essi c’è un interesse anche verso la Grande Guerra?

 

Il mio percorso artistico è ancora all’inizio, e mi sento quasi in imbarazzo a parlarne, perché penso di essere ancora in una fase in cui sto individuando dei sentieri e delle strade possibili, sto familiarizzando con diverse forme di espressione, senza sapere ancora quale sia quella più adatta. Per questo è stato un grande onore partecipare ad una mostra, come quella di Vittorio Veneto, in cui esponevo insieme a persone che sono già in una fase più matura e consapevole del loro itinerario artistico.
Aldilà di questo, posso dire con certezza che nella mia ricerca ci sono degli elementi che ritengo imprescindibili: la fedeltà ad una forma simbolica, che tenga insieme diversi ambiti di significato e li faccia interagire. Non riuscirei ora a spostarmi sulla pura forma, o sull’esposizione “pura” delle cose come oggetto espressivo-estetico. Ho bisogno di interrogare e tenere insieme gli oggetti per fare in modo che, in questo accostarsi di significanti, prenda vita un nuovo significato.
Accanto a questo sento l’esigenza di farmi stimolare dalla tradizione umana che definirei “pre-mediatica”, cioè a tutto quel campo di simboli – appunto – o di racconti, di tradizioni, di mitologie che hanno permesso agli uomini di stare bene sulla terra. Parlo ad esempio dell’iconografia religiosa, alle mitologie culturali e letterarie, ma penso anche e soprattutto alla memoria “povera” delle tradizioni popolari. Chiamo tutto questo “pre-mediatico” perché ha a che fare con una rappresentazione della realtà che precede, sia storicamente, sia a livello antropologico, la grande narrazione che si ricrea quotidianamente nelle televisioni e soprattutto nei social-network. Terzo elemento, di tipo più tecnico, è l’esigenza di riprodurre, attraverso il segno e il disegno, una forma, un’immagine, anche negli oggetti tridimensionali. Questo è ben evidente nell’opera Madri e Figli. Corrispondenze tra fronti, [qui a fianco un’immagine dell’installazione alla mostra Lands of memory; n.d.r.] dove nelle travi in legno compare la figura incisa di un essere umano.
Non c’è un interesse specifico per la Grande Guerra, nel senso che non inserirei questa negli elementi imprescindibili della mia ricerca artistica. Diventa un tema imprescindibile nella misura in cui mi permette di confrontarmi con la storia dell’uomo, di questo essere vivente che genera delle enormi rappresentazioni ed azioni distruttive di se stesso, come è stata ad esempio la prima guerra mondiale.

 

Qual è la tua reazione di fronte ai molti eventi, manifestazioni e pubblicazioni che si susseguono in occasione del Centenario? Che senso ha per te la memoria e con quale “desiderio in sottotraccia” andrebbe alimentata? Come evitare che il ricordo nel clamore del Centenario il tema della Grande Guerra diventi solo speculazione materiale o concettuale? Cosa manca, secondo te, soprattutto in relazione all’ambiente artistico, in questo Centenario?

 

Si dice talvolta che la memoria è necessaria perché tentando di accedere al passato si può vivere con maggior consapevolezza il presente. E questo è senza dubbio vero, anche se si tratta di un discorso che deve essere declinato nei diversi ambiti in cui agisce. Ad esempio, nel caso della Prima Guerra Mondiale, non si tratta più di ricostruire o fare memoria dei fatti che l’hanno costituita, bensì di ispezionare il flusso sotterraneo che ha permesso la sua “deflagrazione”. Oppure, da un altro punto di vista, in che modo siano stati coinvolti, come soggetti del tutto spogliati della possibilità di opporre resistenza, o di stare al mondo senza uccidere a fucilate qualcun altro, i poveri uomini che sono diventati soldati in trincea. Questi sono solo due esempi.
In tal senso il Centenario è senza dubbio una grande opportunità per stimolare la memoria, la riflessività. Tuttavia ho l’impressione che tenda a ridursi ad un puzzle di eventi che tentano, nella loro singolarità, di rimandare ad una memoria collettiva. Al contrario, mi sembra che per essere una “memorazione” efficace debba costituirsi come un rituale condiviso, in cui ciascuno possa sentirsi, in qualche modo, “condannato” a fare i conti con la memoria di questo evento. Sarebbe però una felice condanna: fare i conti con il trauma della propria storia, che ha coinvolto in qualche modo qualche membro lontano della propria famiglia, o che ha ridisegnato il confine della terra in cui si vive, ha dato nome ai luoghi, etc…, permette di convivere con esso in maniera consapevole e sostenibile, senza esserne –tacitamente, inconsapevolmente – assorbiti.
L’arte dovrebbe fungere da “sintomo”: fa emergere il problema della guerra e la necessità di scontrarsi-incontrarsi con esso, senza rimuoverlo o ricordarlo in modo retorico.
D’altro canto devo riconoscere, forse anche per disattenzione mia, che il centenario non mi sembra stia entrando nella trama “culturale” del nostro paese. Penso alla città dove vivo, Portogruaro, che pure potrebbe esserne interessata in quanto appartenente ad un’area geografica collaterale alle diverse linee del fronte: il tema non è affrontato in modo profondo e con un respiro collettivo e comunitario. Forse, però, questa osservazione è frutto di una mia disattenzione.

 

Leonard Freed, veterano di Verdun, 1976. PhCredit: MagnumPhotos
Ci puoi raccontare com’è nata la tua installazione Corrispondenze fra i fronti, esposta anche alla recente mostra Lands of memory, organizzata in collaborazione al B#Side War Festival di IoDeposito ? L’installazione si caratterizzava anche per l’uso di oggetti particolari, soprattutto nella parte lignea: in che misura il supporto materiale ha per te anche un valore simbolico?

 

L’opera è nata in due fasi. La prima, scaturita dalla lettura delle tracce della Call for artists dell’associazione IoDeposito, in cui mi sono lasciato andare alle divagazioni del mio inconscio, senza la necessità di approdare ad un oggetto specifico. In questo “errare” mi sono trovato quasi spontaneamente in un luogo materiale, dal quale si vedevano prospetticamente gli eventi della guerra. Non si vedeva nulla delle grandi battaglie, delle decisioni politiche e militari agenti dietro ad esse. Non si vedeva nemmeno il dispiegarsi delle diverse linee del fronte, le mappe e gli scontri visti “dall’alto”. Questa era la narrazione alla quale ero stato abituato nei miei studi superiori.
Ora si vedeva il vuoto di un giardino o di una stanza, si percepiva il dolore muto dell’assenza e la sensazione tragica di avere una parte di sé esposta al freddo, al fango, alla morte. Cos’era tutto ciò? Stavo immaginando come ci si sentiva nei panni di una madre, di un padre, di un fratello nel pensare al proprio familiare che combatteva al fronte. Questa “percezione” mi ha spinto a cercare delle risorse materiali in cui capire più a fondo queste sensazioni. Così ho cercato il materiale epistolare e diaristico di cui si è conservata traccia, che tra l’altro è ben conservato e reso fruibile a questo sito. Non mi interessavano ovviamente le riflessioni dei generali, quanto piuttosto le mille tracce e sotto-tracce degli uomini che hanno vissuto la guerra dai vari fronti: a casa, in trincea, in ospedale, etc… La lettura di questi documenti è stata un passaggio decisivo e importante per misurarmi, in modo completamente nuovo, con la Grande Guerra. In questi “resti” di memoria storica la “Grande Guerra” come evento tende a disciogliersi in miriadi di devastanti “Grandi Guerre” personali, in cui ogni storia umana è stata messa seriamente alla prova. Riducendo all’osso, semplificando, guidato ancora una volta da un pensare fluido, ho individuato due “poli”, dai quali emergevano tali riflessioni: la prospettiva della madre e quella del figlio. La prima, a casa, in attesa di notizie. Il secondo, al fronte, sfigurato dalla stanchezza e dalla violenza quotidiana.
Come “riemergere” da questo serbatoio di emozioni, percezioni e dolori? Questa è stata la seconda fase. Ho individuato dei referenti materiali che potessero “dare voce” – o meglio, “dare forma” – a tutte queste cose, nei quali si conservasse la memoria materiale di tali vicende. Da qui è quindi cominciato il mio lavoro sugli oggetti. Il legno è stato il referente oggettuale più adatto a questa operazione di “riemersione”. Il legno è morbido o secco, umido o carbonizzato. Evoca la mutazione, la fragilità e la resistenza della vita umana davanti alle devastazioni della storia. Diverso sarebbe stato per il metallo: freddo, elegante, fisso. Questo sì referente oggettuale di una storia degli eventi e della vittoria della patria.
Sul legno è cominciato il lavoro di organizzazione e creazione dell’installazione, che si completato attraverso la scelta di materiali di recupero, che fa parte un po’ del mio desiderio artistico, ma che in questo caso era ancora più calzante. Legno abbandonato, che non serve più. Proprio come i diari di questi “uomini semplici”.

 

Credi che l’arte possa aiutare oggi a riflettere sulla Grande Guerra non solo per celebrare o ricostruire il passato, ma anche per ragionare sul presente che ripropone e impone in forme diverse medesime domande, fratturi, traumi e scelte di un secolo fa?

 

L’arte possiede il potere eccezionale dell’evocazione, della simbolizzazione e della creazione di nuove forme e linguaggi. In altre parole, attraverso i suoi strumenti sospende il fluire quotidiano dei discorsi, delle chiacchere, del pensare rigido e sclerotico e permette di accedere a luoghi poco frequentati e dimenticati. In questi luoghi l’emotività è stimolata in modo diverso; la memoria è messa in subbuglio, perché si riscoprono dentro di essa oggetti dimenticati; il pensiero è reso insicuro e straniero, quindi viene messo nelle condizioni ottimali per il suo funzionamento. L’arte fa tutto questo evocando, proponendo simboli e creando forme, immagini, suoni nuovi e inesistenti.
In tal senso essa è forse – accanto ad una critica e scaltra memoria storica – il soggetto privilegiato per la riflessione sulla Grande Guerra. Se il discorso quotidiano, spento e stanco, la relegherebbe ad una “memoria del passato”, facendo finta o illudendosi di avere poco a che fare con essa, al contrario l’arte si pone davanti ad essa con fare interrogativo ed attento. Se il discorso storico, magari quello della retorica della vittoria o della “creazione della patria”, la tratta come un oggetto asettico, distante e per questo facilmente manipolabile in senso identitario ed eroico, al contrario l’arte ne fa emergere la scabrosità, lo sporco, il dolore, il rumore.
E tutto questo ha terribilmente a che fare con il presente, poiché proprio quegli elementi scabrosi, sporchi, doloranti e rumorosi sono riconosciuti come vivi e presenti dalla nostra mente, perché stimolano la memoria e l’emotività e risuonano di significati che ci riguardano. Potremmo dire che si tratta di un lungo e mai concluso discorso sull’essere umano e le dinamiche elementari della sua sopravvivenza (o della sua vita): in questo discorso parlare del passato significa guardare attentamente il presente.
La memoria “asettica”, quella delle manifestazioni pubbliche stanche e solenni, quella della retorica della vittoria e del “sangue per la patria”, ci fa parlare della guerra. La memoria artistica (e, ripeto, complementare ad essa e inscindibile, la ricerca storica intesa in senso critico e inquieto) ci fa invece parlare con la guerra, come un individuo inquietante e sinistro che giace dentro di noi, che non può essere rimosso.

 

Per chiudere rilanciando e riaprendo il dialogo, hai voglia di invitare qualcun altro (persona singola o associazione) a riflettere sulla Grande Guerra, sulla memoria e sui temi di cui abbiamo parlato assieme?

 

Non so fare dei nomi specifici. Mi limito ad indicare un tipo, un soggetto che potrebbero parlare della Grande Guerra. Sarebbe interessante coinvolgere un immigrato (evidentemente proveniente da fuori-Europa) che risieda in Italia da qualche decennio, per capire se e in che modo egli sia venuto a contatto con questa memoria. Questo permetterebbe di rendersi conto di come la Grande Guerra sia – o non sia – rimossa dalla narrazione collettiva italiana, e come sia recepita da un osservatore particolare.

[foto di copertina: Paris, Jardin du Luxembourg, particolare di installazione dedicata alla Grande Guerra, maggio 2014]

©StefaniaSalvadori