Luciano Cecchinel su poesia, memoria e Grande Guerra

L’anguilla#6

Ci sono certo molti modi per ricordare la Grande Guerra; ci si può persino spingere a celebrarla soffiando sulle lugubri candeline del Centenario. Non si può però nascondere che talvolta sorge in maniera violenta la domanda “Perché?”: che senso ha, davvero, per noi oggi, ricordare la Grande Guerra, il suo carico di violenza e distruzione, le belle speranze che l’hanno talvolta animata e il bagno di morte che è poi diventata?

Se siamo soliti riflettere partendo da oggi e guardando ad allora per analizzare ogni minimo anfratto della storia e definire con maggior precisione un singolo aspetto o avvenimento, com’è che, se invertiamo la rotta e proviamo a risalire da allora fino ad oggi, se proviamo a chiedere che cosa dice a noi, alle nostre esistenze, la Grande Guerra, con fatica andiamo oltre la retorica, sia essa intesa come inno ad una non meglio definita “pace” o come rigurgito (pseudo)nazionalista? Possibile che non si riesca a vedere la vita, quella stessa vita-morte, terribile e maestosa, che scorreva cento anni fa nella prima guerra mondiale (ma anche cinquecento, mille anni prima) e che ancora oggi scorre e ci investe, ci sostanzia persino?

Ecco allora, che con queste domande in cuore, fra le varie possibilità di ricordare la Grande Guerra a volte si sente il bisogno di provare a percorrere strade meno affollate, più silenziose – ctonie, come seguendo l’anguilla di Montale -, eppure capaci di ribaltare i piani e condurci al confronto diretto con il passato nel presente, in quel collettivo “destino umano [che] è l’interrarsi, il ridursi a sedimento”, lì, dove “ogni storia finisce col coincidere con quella dei detriti fisici, con la geologia” [Andrea Zanzotto, L’inno del fango, in: Fantasie di Avvicinamento].

L’anguilla : una serie di materiali ed interviste ad artisti ed autori contemporanei che con il loro lavoro provano a fare da grimaldello per aprire la teca polverosa della memoria e riconsegnarci detriti che sono tasselli della nostra geologica esistenza.

 

Inauguriamo l’anno 2017 con una nuova intervista, che custodisce ai nostri occhi un significato prezioso, in cui si incontrano la meraviglia di luoghi e di persone che ancora non affondano e ci raccontano storie comuni. Oggi ospitiamo infatti Luciano Cecchinel, poeta di Revine Lago, voce necessaria e apprezzata nel panorama letterario contemporaneo che di certo non ha bisogno di molte presentazioni. Fra le sue raccolte – in lingua come pure nel suo dialetto della vallata alto-trevigiana – ricordiamo qui i recenti In silenzioso affiorare (Tipoteca italiana 2015) e Da un tempo di profumi e gelo (LietoColle 2016), ma suggeriamo ancora e sempre fra gli ormai classici almeno Sanjut de stran (Marsilio 2011) e Lungo la traccia (Einaudi 2005). Qui e qui ritrovate, a cura di Paolo Steffan, tutte le informazioni e gli  aggiornamenti sul suo lavoro.
Oggi invitiamo i nostri lettori ad un incontro che ci appare semplicemente bello e buono. Spesso dei e dai poeti si creano simulacri nei libri (e sospettiamo che talvolta sia persino meglio fermarsi a quelli), senza mai sfiorarne davvero la dimensione più umana e vera. Nella permuta di sguardi e ricordi che soggiace a questa intervista, abbiamo invece cercato di ascolatare Luciano Cecchinel con occhi nuovi e lo ringraziamo di averci offerto, a dispetto della sua natura schiva e silenziosa, lo spazio e la fiducia per dialogare con lui in maniera schietta non direttamente di poesia, ma di storia e memoria, di Grande Guerra e luoghi da abitare e riconoscere. E forse proprio in questo incontro ci è stata data occasione di comprendere ancora una volta come l’inclinazione di sguardo su cui scivolano i versi è costante di vita e postura etica, ignara delle passerelle e delle scadenze editoriali. Un’inclinazione di sguardo che è anche cura consapevole del passato comune e critica coraggiosa del presente. 

 

Nelle sue opere il tema della Grande Guerra resta, rispetto alle memorie legate alla seconda guerra mondiale, a margine. Eppure, i pochi componimenti dedicati al tema e che usciranno a breve per gli atti di un ciclo di incontri intitolato “Classici Contro”, testimoniano comunque un legame anche biografico-familiare profondo. Ci può raccontare che cosa la lega alla Grande Guerra, quali sono i ricordi personali e comuni che affondano in quel periodo storico?

 

A legarmi alla grande guerra è stato innanzi tutto più che una presenza il progressivo senso di un vuoto. Mentre avevo vivi i nonni materni, nella casa in cui vivevo mancava il nonno paterno. Sono arrivato, diciamo, da più grande, perché da giovani si assume l’ambito familiare senza pensarci troppo su, a meditare sul cadere in guerra come tragedia individuale e familiare.
Non riesco a risalire al momento preciso in cui ho saputo che mio nonno paterno era morto nel ’17, dopo la rotta di Caporetto, a Vittorio Veneto, la ventura città della vittoria ed era stato quindi tra quei più di 350.000 tra morti e prigionieri che era costata quella disfatta. Mia nonna Clementina si trovò col marito morto prima che nascesse il secondo figlio e la sorella di lei, Amabile, ebbe il marito morto l’ultimo giorno di guerra; il fratello di costui era poi caduto il primo giorno di guerra. Era una normalità e pertanto non ci si facevano domande in merito al vedere in paese la maggior parte delle donne vestite di nero. Finché crescendo non se ne prendeva dovuta coscienza, a noi bambini sembrava che queste donne ottemperassero ad una moda semplice e austera di matrice anche religiosa.

E sempre solo nel tempo ho preso coscienza di certa inevitabile damnatio memoriae che toccava ai soldati caduti: chi muore giovane perde consistenza rispetto ai suoi parenti, discendenti e conoscenti e questo ho cercato di significare anche in un tentativo poetico.
La stessa dicitura sul monumento ai caduti “per malattia contratta” sotto la quale è incasellato il nome di mio nonno, è, più che ambigua, fuorviante. Ho infatti saputo di recente attraverso ricerche fatte dall’Associazione Alpini del mio paese che l’espressione vale per tutti i morti in stato di prigionia e si può quindi parlare di sanatoria da impossibilità di probante verifica.

20.6.1918, fronte del Piave, trasporto feriti. K.u.K. Kriegspressequartier

È inevitabile al proposito ricordare che lo stato maggiore italiano impediva che pervenissero  provvidenze ai prigionieri,  differentemente da inglesi e francesi. Li riteneva tutti vili e molti in Austria, Ungheria e Germania morirono di fame. E si pensi al proposito qui a quanto capitò a Gadda, il cui contingente che vagava in pianura dopo Caporetto andò incontro ad una formazione austriaca nella convinzione che fosse italiana.

La grande guerra ha poi inciso anche sulla vicenda della mia famiglia materna. Mio nonno Ildebrando Guglielmo Maldotti, di origine emiliana e divenuto poi americano, rientrò dagli Stati Uniti per combattere con gli italiani, poiché, essendo riconosciuto capo-famiglia in Italia quale fratello maggiore di sei da mantenere, aveva il diritto di essere impiegato nelle retrovie. E fu in quel periodo che conobbe mia nonna Anita, la cui famiglia, profuga per l’invasione, era riparata in quel di Piacenza. Alcuni anni dopo lei sarebbe partita da sola per gli Stati Uniti, dove avrebbe avuto luogo il matrimonio.
Il fratello Joe poi, che mio nonno si era portato dietro in America sedicenne, fu inquadrato nell’esercito statunitense e ferito gravemente in Belgio: si portò dietro per tutta la vita, con i postumi delle ferite, uno shock da bomba e gli fu assegnata una pensione di guerra. La bandiera infissa accosto alla sua tomba in uno dei cimiteri di Cambridge Ohio mi è stata data dalle figlie, che mi hanno detto che i “veterans” avrebbero subito provveduto a rimpiazzarla. Ecco, anche parte della storia di emigrazione della mia famiglia materna e il fatto che mia madre sia nata e cresciuta americana fonda su quella spaventosa conflagrazione.

K.u.K. Kriegspressequartier, Lago di Lago, 1918

Assistiamo in questi anni del Centenario ad un moltiplicarsi di eventi, manifestazioni, progetti e pubblicazioni sulla Grande Guerra, un tale affastellarsi di foto e documenti, notizie e interpretazioni che non si può fare a meno di chiedersi se siano più i vantaggi o gli svantaggi di questo movimento, spesso caotico e contingente. Come guarda lei al Centenario? Che senso ha per lei la memoria, o in che forma e con quale “desiderio in sottotraccia” andrebbe alimentata? In cosa pensa personalmente aiuti riflettere o lavorare sulla prima guerra mondiale?

 

È vero, si ha talvolta in tanto proliferare di iniziative, l’impressione che si cerchi di fare qualcosa per non essere o sentirsi da meno. La prima guerra mondiale è certo l’unica che ha visto una nostra vittoria e ciò alimenta particolarmente gli spiriti bellicisti o almeno di impronta nazionalistica. Così anche zone che avrebbero meno argomenti contingenti di altre contribuiscono ad una congerie al cui interno il 70° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo è passato sotto tono sotto le ali mozzate della vittoria. Il Centenario è certo giusta occasione per rinnovellare il ricordo dei molti giovani caduti ma, in gran parte sdilinquite dal tempo le motivazioni parentali, nel senso della riflessione della grande ingiustizia che quella guerra, sicuramente evitabile, è stata per l’Europa e il mondo. La memoria andrebbe appunto, come lei ben dice, alimentata sottotraccia col desiderio di isolarne cause complessive e responsabilità di gruppo e individuali. Fa ancora specie che un Paese come il nostro, nel quale erano contrari alla guerra i cattolici per evidenti ragioni religiose, i socialisti sulla base dell’internazionalismo proletario ed i liberali di Giolitti, il che equivarrebbe all’80-90% della popolazione, sia potuto entrare nella grande carneficina.
Ed è certo in questa chiave da riconsiderare la dizione della guerra mondiale come quarta guerra d’indipendenza. È in fondo un’esasperazione. C’era sì la questione dell’irredentismo del Trentino che ci sarebbe spettato in ordine all’idea di nazione/patria, ma non al di là di Salorno: Cesare Battisti non vi avrebbe messo oltre il piede. Rimane sempre discutibile la posizione di Trieste, che aveva popolazione mistilingue,  slovena italiana austriaca, e che era poi il porto dell’impero austroungarico.
Si sa che poi ci prendemmo anche l’Alto Adige e il regime fascista fece allestire un falso cimitero a Sterzing – Vipiteno per noi – facendovi portare delle salme dissepolte a Caporetto per far apparire che quel territorio l’avevamo conquistato combattendo.

Ci si interroga poi ancora sul tergiversare dell’impero austroungarico che, a quanto consta, non fu abbastanza chiaro o deciso nell’offerta del Trentino per garantirsi la neutralità italiana. Il che dette corda ai manipoli degli interventisti più accesi, i socialisti di Mussolini e Bissolati, il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini e gran parte degli studenti universitari, che non erano certo generalmente a quei tempi di estrazione operaia e contadina.
È anche inevitabile interrogarsi su quanto abbia pesato il fatto che il ministro degli esteri Sidney Sonnino, che stipulò senza mandato parlamentare il patto di Londra, fosse figlio di madre gallese e di confessione anglicana: il che poi portò all’infame mercato di voti per comporre una maggioranza parlamentare su una posizione già presa.
E su quanto possano aver contato coloro che, Cadorna compreso, avevano capitali investiti nelle forniture dell’esercito.

È ad ogni modo da tenere sempre presente che è difficile valutare un’epoca con gli occhi di un’altra: nessuno di noi può essere sicuro su cosa avrebbe pensato e deciso se fosse vissuto in quel tempo. C’erano, al di là degli effetti di una propaganda parziale e mirata,  i forti condizionamenti  di un certo tipo di cultura e educazione a impostazione generalmente fideistica. E bisogna poi mettere in conto l’endemica carenza di istruzione, che certo non attivava particolarmente lo spirito critico.

 

Si direbbe che il rapporto quotidiano e sofferto con la natura sostanzi certe condizioni dello spirito come la rassegnazione, la buonafede, il senso del sacrificio. Sono queste certo delle condizioni interiori che, se sono in molte situazioni pienamente positive, non si possono comunque propriamente indicare come dei valori tout court.
La semplice buonafede e lo spirito di sacrificio, privi di supporti culturali, sono le condizioni della facile turlupinatura. E se la buonafede poggia su un assetto dogmatico di massa, basta in qualche modo farvi breccia per ottenere coinvolgimenti di massa: le carneficine consumate col conforto della religione ne rappresentano l’aberrazione estrema.

Oggi per converso ci troviamo di fronte quasi ad un eccesso di spirito critico, tale spesso da tarlare anche le più forti petizioni ideali… ma, mi tocca qui aggiungere, almeno per le élites, perché quest’ultimo periodo ci fa constatare che le persone comuni, che guardano la TV e frequentano i social, votano poi Trump.
Certo in una temperie di quel tipo, avrebbe potuto avere un ruolo più incisivo la chiesa cattolica, dato che allora non erano certo la stampa e la radio a sostentare l’opinione pubblica, nel senso della maggioranza popolare, ma i pulpiti delle chiese.
Il destino volle che Benedetto XV salisse al soglio papale, probabilmente proprio in virtù della sua perentoria posizione contro la guerra, quattro mesi dopo che l’Italia vi era entrata e la sua azione decisa – sono suoi i pronunciamenti, a mo’ di anatemi, “inutile strage” e “suicidio dell’Europa” che ancor oggi vengono comunemente usati – provocò una virulenta e sordida reazione da parte della stampa schierata a favore della guerra, per cui egli venne comunemente appellato da alcuni giornali Maledetto XV.

E del resto bisogna anche interrogarsi sul fatto che furono fautori della guerra anche moltissimi intellettuali.
A pieno diritto in prima fila i futuristi, che inneggiavano alla guerra come veicolo di modernismo, nel loro irrazionale  culto per le nuove macchine industriali e quindi anche belliche. E sembra il caso di astenersi da considerazioni, per le quali sarebbe confacente il solo linguaggio volgare – e non nel solo senso di popolare – sulla definizione di guerra come “igiene del mondo”.
Ma al di là di questo movimento, fra i volontari ci furono anche grandi scrittori, non solo il “fittizio” D’Annunzio, ma anche i più reali Ungaretti e Gadda: è da dire, al proposito, che è ben diverso combattere sul fronte del Carso o dell’Ortigara dal volare in chiave di spettacolarità su Vienna, pur su un trabiccolo di quei tempi, per farvi cadere dei volantini di sfida.

Per quel che mi riguarda, in tema di avvolgente mistificazione, ricordo che pur in tempi più recenti, quando frequentavo le elementari, era abbastanza rituale insegnare che Dio aveva posto il mare e le Alpi a confini della nazione italiana… e pensare che oggi attraversiamo i confini di stato, specie in montagna, quasi senza accorgercene, scambiando parole e anche provviste con austriaci e sloveni, cosa poco pensabile nel Novecento.
E da qui si dovrebbe capire e corroborare il senso dell’Europa, continente o subcontinente in cui ebbero focolaio entrambe le guerre mondiali. Come dice una attuale propaganda a favore dell’Europa, “è meglio combattere attorno a un tavolo che sul campo di battaglia”.

Appare a questo punto illuminante una riflessione che tende, pur in certo sincronico radicale pessimismo, al profetico, contenuta nel romanzo Ritorneranno di Giani Stuparich, riflessione che l’autore affida al personaggio di Sandro.

[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .]

Lucido e pauroso gli si presentava il destino di quei milioni d’uomini ammassati e aggrovigliati nei due stretti nastri di fuoco che dal Mare del Nord scendevano fiammeggiando al seno dell’Adriatico e dal Mar Baltico al Mar Nero. Che cosa li avrebbe tratti dalla follia? La vittoria degli uni sugli altri? La sfinitezza? Una parola d’amore o una più profonda divisione di odio? E dopo tanta rovina, dopo tanti morti, i superstiti, ritrovandosi fra loro, come si sarebbero guardati in faccia l’un l’altro, da quali fonti avrebbero attinto l’energia nuova per ristabilire la vita in comune? 

Oggi noi sappiamo che, col conforto – si fa per dire – di un’altra e ancor peggiore guerra, questa energia in vari modi, soprattutto attraverso l’azione di grandi personaggi come Spinelli, De Gasperi, Schuman e Adenauer, è stata faticosamente trovata e non devono essere le angustie dell’euro, anche se si parla di guerra economica attraverso lo spread, a farcene pregiudicare quanto di buono ne è venuto.

 

Dalle Dolomiti al Piave, passando proprio per le Prealpi in cui lei vive, il paesaggio incarna ancora oggi il primo conflitto mondiale. Se vogliamo, come i tratti di un viso vengono lentamente modificati dalle rughe e dai marosi della vita, così il paesaggio si è trasformato negli anni: a volte in angoli è stato abbandonato al muschio e alla boscaglia, a volte è stato addirittura ribaltato da “euforie” di cemento e di villette. Eppure, le tracce, il solco di vomere della Grande Guerra, è ancora ben visibile a chi sa vederlo. Qual è il rapporto fra uomo, paesaggio e memoria attorno alla Grande Guerra? Basta risistemare un pezzo di trincea o ricostruire un tratto di ferrovia o forse bisognerebbe nel Centenario guardare in altro modo al paesaggio che ci circonda?

 

La domanda riporta al concetto di ‘sovrimpressione’, caro a Zanzotto e attivatore del titolo di una delle sue ultime raccolte. Certo esistono dei luoghi “spettatori” di tremende carneficine, che solo a pronunciarne il nome richiamano quell’immane conflitto: il Montello, Sernaglia della Battaglia, l’Isola dei Morti presso Moriago, Nervesa della Battaglia col suo colossale ossario. Da qualche decennio poi nelle nostre zone sono comparsi dei cartelli recanti la scritta “Grande Guerra”, scevri peraltro di ulteriori specificazioni. Si capisce che in quei luoghi quello che lei ben chiama “il solco del vomere della Grande Guerra” ha impresso una sua traccia – chissà quanto trasformata dal muschio o dalla boscaglia o da “euforie di cemento e villette”, per riprendere le sue suggestive parole – ma è da dire che anche prendendo informazioni in loco è spesso difficile o impossibile risalire alla motivazione dei cartelli. Si viene così consegnati ad un’aura lugubremente nebulosa che si riesce a diradare, più o meno fortunosamente, solo attraverso contatti con degli storici specializzatisi su quel periodo. È ad ogni modo difficile capire, senza l’ausilio di indicazioni, da dove sia nata un’emergenza, nel senso proprio di qualcosa che si impone all’attenzione, magari anche per certa sua inspiegabilità. Per venire al mio particolare, devo dire che mi aveva sempre colpito il fatto che il mio torrente paesano, il Piaveson, generalmente costeggiato da muricce a secco, in un suo passaggio avesse specularmente da entrambi i lati i muri di cemento. Era inevitabile prima o poi chiederne a qualcuno il perché e venire a sapere che lì passava la ferrovia austroungarica a scartamento ridotto che andava da Vittorio Veneto verso il fronte del Piave. E tuttavia non arrivai autonomamente a collegare a tale conoscenza il fatto che non molto lontano un sentiero si presentasse stranamente assai largo e regolare: solo molto tempo dopo dovevo venire a sapere che quello era il risultato dell’adattamento del terreno alla posa delle rotaie.  E sempre in questo argomento ancor dopo venni a sapere che un ponticello sopra un vallone, sulle prime pendici della montagna, che è chiamato “Pont de Sina” perché consta di alcune rotaie su cui sono sapientemente posati alcuni lastroni di pietra, era stato costruito proprio con dei pezzi di binario di quella ferrovia. Certo, a questo punto, il rapporto fra uomo, paesaggio e memoria risulta necessariamente modificato. Quel sentiero largo e piano perdeva ogni suo potenziale idillico. E così quel ponticello, le cui rotaie avevano rimandato prima a quelle per i carrelli delle tante cave messe in opera sulle nostre montagne.
Il luogo si faceva così monumentum, atto a ricordare ammonendo, secondo il conio etimologico-semantico del termine latino. E così è per tanti altri luoghi immersi nella natura ma germinanti in fondo sul sangue.

Stazione ferroviaria di Revine Lago, 1918 – K.u.K. Kriegspressequartier

Ma, venendo al senso più profondo della sua domanda, è certo significativo riattare un pezzo di vecchia ferrovia o una trincea, ma questo in un’ottica che si deve fare più complessiva per arrivare a far riflettere sul fatto che sotto i paludamenti ingannevoli della natura è trascorso il nostro destino di umani, che sembra inesorabilmente fondarsi su un senso tragico: al di là della truce necessità della selezione della specie, ci si dovrebbe sempre capacitare del senso dell’orda che è sempre allignato nella natura umana. E su questa coscienza costruire, sulla scia della perorata solidarietà leopardiana, un senso di mesta fraternità. Per questo il restauro di una trincea assume un senso ecumenicamente pacificatore quando ha luogo a cura dei discendenti degli antichi nemici, come è esemplarmente avvenuto negli anni recenti in molti anditi delle Dolomiti a cura di associazioni combattentistiche italiane ed austriache. Ciò è tanto più significativo se si pensa – questo almeno posso dire per ciò di cui anch’io sono stato testimone – che molte commemorazioni a cura delle associazioni combattentistiche erano intrise fino a pochi decenni fa di un senso nazionalista se non scopertamente bellicista. Nel pessimismo a cui induce la conoscenza della storia questo è cespite di un lenitivo barlume di ottimismo.

 

Ci sono molti modi di raccontare la Grande Guerra. Accanto alla ricostruzione storica puntuale o della pubblicistica, quale pensa sia il ruolo dell’arte e, in particolare, le potenzialità del linguaggio poetico? Se aveva ragione Zanzotto e la poesia tanto più dice, quanto più è ambigua ed indica l’indicibilità rispetto al senso, può essere essa uno strumento di “memoria attiva”, un linguaggio utile non tanto per celebrare un passato a noi ormai estraneo, ma piuttosto per interpellarci attivamente su un terreno comune, di pietas e responsabilità umana? Proviamo a pensare che la poesia come la memoria non possa non essere un dialogo e un incontro, rischioso perché libero, così che quel suo “non dire” richiamato da Zanzotto diventi condizione necessaria per “dire oltre”. Crede che in questo senso il linguaggio poetico possa richiamarci alla storia e alla memoria come sfide etiche per le nostre esistenze, come compito da proseguire?

 

Mi sembra necessario premettere che la poesia, quale messaggio denso e altamente formalizzato, pur se a suo modo malioso, rimane, pur in una situazione di cultura più diffusa di un tempo, di non comune accesso (verrebbe oggi da dire “consumo”). E lo diviene ancor di meno nelle soluzioni che si appressano all’indicibile secondo i dettami di Zanzotto, dato che gli esiti in questo caso rimangono vicine ad un nebuloso sentire più che a un pretenzioso capire. Ed è questo uno dei motivi per cui la poesia ha anche ai nostri giorni pochi lettori. Di consolazione è pensare che quest’arte espressiva ha tempi lunghi, non solo in termini di gestazione/composizione, ma anche di fruizione/diffusione: si tratta in fondo di un messaggio proiettato a lunga gittata e pertanto, assai più che nel presente, nel futuro.

Consolatorio è altresì pensare che, appunto per questo, nella lentezza del suo incedere, esso ha più di altri modi espressivi potenzialità di permanenza nel tempo, attestandosi, come lei dice, a fecondo “strumento di memoria attiva”. Zanzotto diceva a mo’ di esempio che lo spirito di un particolare periodo della classicità greca poteva in molti casi essere veicolato più che dai resoconti dei grandi storici da qualche frammento lirico. E questo, venendo al tragico tema della grande guerra, è evidente per certi brevi testi di Ungaretti – che ne fu nel nostro paese lo sperimentato cantore – come “Veglia”, “Dormiveglia”, “San Martino del Carso” o “Fratelli”, in cui il normale significato delle parole è corroborato da quello, di incidenza anche subliminale, delle loro concrezioni foniche. Ma il sortilegio ungarettiano viene appunto portato a oltranza nel marcato sperimentalismo zanzottiano, nella fattispecie nel “Galateo in bosco”: nel frantume lasciato da quell’impietoso vomere e celato dal germinare naturale il poeta va in sofferenza a scavare attraverso le pieghe dei suoi paesaggi. Significativa appare, nel caso, la composizione, contenuta nel libro citato, “Rivolgersi agli ossari”, col suo culminativo finale:

[…]

io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi

mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico

Sempre più con essi, dolcissimamente,  nella brughiera

io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,

si avvicenda un fiore a un cielo

dentro le primavere in sfacelo,

si avvicenda un sì a un no, ma di poco

differenziati, nel fioco

negli steli di questa pioggia, da circo, da gioco.

Il Piave, ai piedi del Montello, verso Col Visentin

Ognuno di noi, credo, vive tante “grandi guerre” e tutte comunicano fra loro per osmosi: le nostre personali che ci rimangono proprie e vicine e da cui non scappiamo e quelle degli altri che possiamo sfiorare se solo ogni tanto alziamo l’ancora dal porticciolo del nostro ego. Come navigare fra queste sponde per trarre informazioni utili a trovare un nuova rotta?

 

Questa domanda ha piena cittadinanza e mette in discussione le coscienze individuali. Le lotte civili in democrazia – di converso all’aforisma di Clausewitz  secondo cui la guerra sarebbe la “continuazione della politica con altri mezzi” – sono delle forme di guerra in pace al fine di preservare quest’ultima.

In un’ottica estesa, come già detto, è meglio combattere attorno a un tavolo che sul campo di battaglia.  E, in ottica particolare, ci sono le varie vertenze nei vari comparti della nostra esistenza quali battaglie incruente che chiamano appunto in causa la nostra coscienza e di fronte alle quali non si può con essa, ove si coltivi il senso dell’onestà intellettuale, venire a patti. A tal proposito devo dire che quando si è ormai nell’età in cui si fanno i bilanci, alla scomparsa di qualche compagno di strada ci si interroga con sconforto su cosa ha contato una vita volta all’impegno in senso comunitario. È a questo punto inevitabile cercare di riparare sulla convinzione, che qualcuno del resto ferramente conserva, che niente di quello che di positivo è stato fatto va perduto. Convinzione questa che fonda su quella secondo cui la società è un organismo che vive su un humus sedimentato che potrà valere a far germinare piante e frutti migliori. E su quell’humus anche il male ha naturalmente vigore in direzione opposta.

Così il miglioramento o il peggioramento di ogni porzione sociale di integrazione in integrazione andrebbero ecumenicamente in dinamica con la situazione globale.

In ordine a quest’ultima le guerre cruente altrui, che ci piombano lugubremente in casa attraverso i suoni e le immagini dei mezzi di comunicazione, sono lenite, si direbbe ovattate, oltre che della distanza, dall’assuefazione e, purtroppo, non solo per senso di impotenza.

Lago di Lago, diecembre 2016, guardando verso Vittorio Veneto

Vorrei chiederle in conclusione di scegliere qualche poesia, non importa se sua o di qualcun’altro, non importa se direttamente collegata ai fatti storici della Grande Guerra, purché ​sia un invito alla memoria buona, un cenno di incontro possibile e pacifico e un’apertura di condivisione fra noi e il passato – forse un “telex / che tut al gnent bisogna che ‘l traverse”.

 

Chiamato in causa come presunto poeta, faccio esercizio di presunzione sulla motivazione della chiamata e le propongo, rimanendo nel tema della grande guerra, alcuni testi riferentisi alle lontane tragiche vicende di famiglia. Della morte del nonno paterno a sèguito della rotta di Caporetto ho già detto e aggiungo che l’innesco alla scrittura di questi testi è venuto dal fatto che nel 2008 a Vittorio Veneto, la città della vittoria, il calendario delle celebrazioni fu titolato Vittoria al novantesimo, dizione dalla quale pressoché tutti erano portati analogicamente a pensare al mondo del calcio.  Una formula sportiva applicata alla guerra e quindi blasfema se riferita alle sofferenze, al sangue, alla morte.

Il primo è inerente il tema della damnatio memoriae, il secondo al già citato slogan della commemorazione di Vittorio Veneto – proprio il luogo in cui mio nonno è morto il 12 dicembre del 1917 – del novantesimo anniversario della vittoria, un terzo è dedicato a mia nonna paterna, rimasta giovane vedova con un figlio con gravissime menomazioni e incinta di mio padre, che sarebbe nato sei mesi dopo la scomparsa del genitore.

 

Damnatio memoriae

a mio nonno Giuseppe morto nella grande guerra

 

Forse perché non ne avemmo carezze

pensare meno

alle persone care morte

prima che le vedessimo.

 

Ma quale il male di un padre morente

con un figlio da nascere

che crescerà

senza mai vedere lui.

 

Andarsene sentendosi

traditi e traditori

per un fardello inoltrato alla morte

senza a lei prepararlo.

 

Come per una doppia trappola

lasciarlo senza le carezze

a compensare un giorno

il vuoto di destino generato.

 

E pure proprio anche

perché non ne avemmo carezze

a lui, a loro

pensare meno.

 
***

 

Vittoria al novantesimo

 

Qualcuno solo per poco non vince.

Così fu per mio nonno

uscito – per così dire – dal campo

alla fine del secondo tempo

per infortunio – malattia contratta,

incisero sul monumento –

dopo il contrattacco

della selezione austriaco-ungherese:

e per di più eliminato a scorno

senza vincere niente

– tutto comunque

da prendere sportivamente -.

nella ventura città della vittoria.

 

Pur se aveva segnati nella mente

buche e grumi di carne ed uniformi

ad agghiacciare e per fumi acri

in raminghi fasci di luce

i sibili a incrociare da ogni dove,

le bombe a imboccare di terra

e con il liquore da ingoiare

l’iniezione di chissà che cosa

per balzare entro l’orrore

e mantenere il fucile-baionetta

più avanti, allungo a riuscire o letale,

automi nei tremori

delle nubi invisibili.

 

Sapendo il primo figlio nato male

e il secondo da nascere,

non che la sposa avrebbe poi potuto

dargli il suo nome

di futuro attaccante o difensore

in altra ancor più epica partita;

non del cognato falciato dal campo

l’ultima giornata, proprio, per dire,

al novantesimo, in zona Cesarini,

quasi nel recupero da tempo scaduto,

per un petardo piovuto da uno spalto

senza che ne rimanesse – per la cronaca –

un brandello di maglia, di numero.

 

Non si dovrebbe, no, uscire

così da una partita.

Solo un po’ prima

di una vittoria, anche se dirotta

di pianti e imprecazioni,

e poi per un futuro novantesimo

da impuniti bestemmiatori

non di stalla ma di osteria mezzana,

oggi custodi della statua

alata e senza testa,

rattrappita nera,

ingigantito pipistrello piombato

ebbro di giravolte di vittoria.

 

Vittorio Veneto, 4 novembre 2008

 

Vittoria al novantesimo: il novantesimo anniversario della fine della guerra fu festeggiato dall’Amministrazione Comunale in carica all’insegna di questo slogan.

Così fu per mio nonno: mio nonno paterno, Giuseppe, morì a Vittorio Veneto dopo la rotta di Caporetto, segnatamente il 12 dicembre 1917.

nella ventura città della vittoria: è Vittorio Veneto nei cui paraggi ebbe luogo la battaglia conclusiva.

non del cognato falciato dal campo: Guglielmo Fava morì colpito in pieno da una granata l’ultimo giorno di guerra.

 

***

 

a me nòna Mènte

 

nòna, dopo tant

a ti pense ‘ncoi

che ò ‘l cor che ’l va par sora

e le parole che le me taja

la lengua fa scaje,

a ti che tu te se fermada

co le to antànie biśe

te quel nicio de inverno

imiśerì e poret

de fiantìgole e stele

e tu à torno romài

tanti e pò tanti

 

ti, nòna rùspega,

restada col vestì scur da la guera

co ’n fiol nasest mal e un che ’l vea da nàser,

no tu pontéa, nò, nèole,

no tu cioléa su bonbaśo de guaz,

uśada co ’ncora i òci de tośa

al vìver gramo,

a strasinar,

a tàśer do

ma, co era ora, anca a sbaregar

fursi co sol la forza

del sfinimènt

 

sènteme, che proe

a tornar tel to nicio

romài cusì lontan e scur,

che te ciame fa lora,

quela sera de vènt

forèsto e cain

che le stele le te véa portà via

e le te cenéa par de là

co le so ponte de jaz che bojśéa…

e me par de cridar

fa ‘l tośatèl de lora

de mal e fret

 

cusì vae ’ncora in zerca

de ti, ti che tu savéa tirar vanti

co i to vestì e i to fazolét

de mónega mèstega del patir,

sì, me par che se tu me fese ’ncora

na gran sbaregada de le toe

me faràe corajo par ndar vanti

verso quel nicio

de desmentegà squaśi eterno

che tu sé e che tu spetéa

fa una che la vese da ‘ndar

a star te la so caśa nova

 

e l’é fursi cusì

che ‘ncói ancora

zepedì de mal e de fret

fa ’l tosatèl de lora

mi no vui inparar a patir

come che ti tu savéa,

che tu à proà a insegnarme

co la pasienza vècia

de le piere e de i cop

sote ‘l vènt e ’l salt mat

de la tenpèsta

e de le straśegne de ’n gran scravaz

 

a mia nonna Clementina

nonna, dopo tanto / a te penso oggi / che ho il cuore che trabocca / e le parole che mi tagliano / la lingua come schegge, / a te che ti sei fermata / con le tue litanie cupe / in quella nicchia di inverno / immiserita e povera / di scintille e stelle / ed hai attorno ormai / tanti e poi tanti // tu, nonna ruvida, / rimasta col vestito scuro della guerra / con un figlio nato male e uno che doveva nascere, / non cucivi, no, nuvole, / non raccoglievi cotone di rugiada, / adusa con ancora gli occhi di ragazza / al vivere gramo, / a strascinare, / a tacere / ma, quando era ora, anche ad urlare / forse con solo la forza / dello sfinimento // sentimi, provo / a tornare nella tua nicchia / ormai così lontana e scura, / ti chiamo come allora, / quella sera di vento / estraneo e maligno / che le stelle ti avevano portato via / e ti tenevano di là / con le loro punte di ghiaccio che bollivano… / e mi pare di gridare / come il bambino di allora / di male e di freddo // così vado ancora in cerca / di te, di te che sapevi tirare avanti / con i tuoi vestiti e i tuoi fazzoletti / di monaca mansueta del patire, / sì, mi pare che se tu mi facessi ancora / una grande urlata delle tue / mi farei coraggio per andare avanti / verso quella nicchia / di dimenticato quasi eterno / che tu sei e che aspettavi / come una che dovesse andare / ad abitare nella sua casa nuova // ed è forse così / che oggi ancora / rattrappito di male e di freddo / come il bambino di allora / non voglio imparare a patire / come tu sapevi, / come provavi a insegnarmi / con la pazienza antica / delle pietre e delle tegole / sotto il vento e il salto pazzo / della grandine / e delle grosse gocce di un fortunale

 

 

[Foto di copertina: tramonto sulle Prealpi da Santa Croce del Montello, zona “Bunker” della Grande Guerra sul Piave]

 

©StefaniaSalvadori

 

One thought on “Luciano Cecchinel su poesia, memoria e Grande Guerra

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